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"Avevano la borsa di studio ma lavoravano: risarciscano"

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AleBor
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Frequentavano un corso di formazione in medicina generale e a tempo pieno tenuto dall'Asl 2. Un fatto da cui discendeva, per legge, un'incompatibilità assoluta con qualsivoglia incarico anche occasionale (salvi specifici casi). Eppure, altre attività sarebbero state svolte in patente violazione della legge e anche di circolari ministeriali. Ecco perché la procura contabile ora chiede che i medici siano condannati a restituire all'amministrazione regionale quanto percepito a titolo di borsa di studio: un contributo che era garantito proprio a compensazione del mancato svolgimento della professione. “Per la durata della formazione a tempo pieno al medico è inibito l'esercizio dell'attività libero professionale e ogni rapporto convenzionale o precario con il servizio sanitario nazionale o enti e istituzioni pubbliche o private”, recita la normativa a cui fece riferimento anche il Nucleo di polizia tributaria della finanza nella sua segnalazione alla magistratura contabile. All'epoca, gli accertamenti si svolsero in tutto il territorio nazionale e in Umbria portarono a individuare 29 casi da verificare (tre a Terni e 23 a Perugia). Nel tempo, diverse posizioni sono state definite dalla Corte dei conti (e ci sono state anche assoluzioni per cui la procura ha fatto appello); solo in un caso, il sostituto procuratore Fernanda Fraioli ha chiesto l'archiviazione (una corsista, avendo dubbi, ha dimostrato di aver chiesto l'autorizzazione all'amministrazione a svolgere attività professionale occasionale in costanza della formazione e aveva riscosso un “sì”, nero su bianco). Per sette medici, invece, il sostituto Fraioli ha fatto valere l'autocertificazione con cui i partecipanti al corso hanno dichiarato sotto la loro responsabilità di non versare in nessuna situazione di incompatibilità e di essere consapevoli dell'obbligo dell'immediata comunicazione, se qualcosa fosse cambiato. Secondo la procura, per alcuni dei medici convenuti “l'omessa comunicazione di versare in una situazione di incompatibilità ha comportato per l'amministrazione l'impossibilità di percepire l'illecito comportamento”. In questo Fraioli vede gli estremi per arrivare a una condanna al risarcimento dei contributi ricevuti. Le difese dei sette medici ieri si sono invece concentrate su due punti fondamentali (quando non hanno asserito che durante il corso furono solo fatturati ricavi risalenti a prestazioni svolte prima che iniziasse): l'assenza della colpa grave e il fatto che l'azione di responsabilità sarebbe ormai prescritta. Se i medici non hanno comunicato all'Asl le attività svolte - è stato in particolare sottolineato - hanno pur sempre denunciato i relativi ricavi nella dichiarazione dei redditi. Non solo: l'obbligo informativo non sarebbe sorto in modo “cogente e inequivoco” per via di un “avviso” del comitato tecnico-scientifico secondo cui incarichi occasionali tali da non precludere l'effettiva partecipazione al corso non sarebbero stati incompatibili. Un avviso di cui i corsisti erano venuti a conoscenza “per le vie brevi”. Di “un'irrazionale situazione organizzativa imputabile all'amministrazione” ha parlato quindi l'avvocato Luca Gentili. Tra i difensori anche Alessandro Longo, Carlo Alberto Franchi, Calogero Rizzo, Cesare Manini. Parola ai giudici.