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Coronavirus, in Umbria previsto un crollo del Pil tra -7,4% e -11,1%

Francesca Marruco
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Le previsioni vanno dal -7,4% nel migliore dei casi al -11,1% nel peggiore. La stima della contrazione dell'attività economica in Umbria la fornisce appunto, l'Agenzia Umbria ricerche. In termini monetari, una simile contrazione si traduce in un miliardo e mezzo in mezzo nello scenario meno apocalittico, 2,2 nel peggiore. Dipende, come ovviamente ormai tutto il resto nella vita di ognuno, da che strada prenderà l'epidemia. Si fermerà al primo semestre, con un trimestre di lockdown e un mese di mini ripresa? Bene. Tornerà a guadagbare terreno e causare nuovi lockdown mirati con stop and go che di certo non aiutano imprese e consumi? Peggio che mai. Le stime, i ricercatori dell'Aur non solo le hanno fatte in entrambi gli scenari, ma le hanno anche suddivise per settori, a loro volta raggruppati per il grado di incidenza negativa o positiva che avranno a causa del Coronavirus. E comunque, i ricercatori che hanno fatto lo studio, Elisabetta Tondini e Mauro Casavecchia, specificano che: “Il calo umbro sarebbe, in entrambi gli scenari, lievemente inferiore a quello nazionale. Ciò a causa della peculiare articolazione settoriale regionale che contempla una minore incidenza di alcuni tra i settori che subiscono un impatto più grave – come ad esempio la fabbricazione dei mezzi di trasporto e i servizi di trasporto – e un peso più rilevante dei comparti meno colpiti dalla crisi, a partire da sanità, istruzione, agricoltura e industria alimentare”. Ad ogni modo i settori di attività sono stati suddivisi in quattro gruppi a seconda del grado di sofferenza che i ricercatori hanno stimato in termini di tasso di riduzione di valore aggiunto. Quindi, tra i settori più gravemente colpiti, con variazioni di valore aggiunto stimate tra il -9 e il -38,3 per cento, figurano, tra gli altri, le attività collegate al turismo e alla ristorazione, i trasporti, le attività artistiche e di intrattenimento, le costruzioni e, all'interno della manifattura, i comparti della metallurgia, dei mezzi di trasporto e del tessile-abbigliamento. Nel complesso, la classe dei settori che subiscono un impatto da Covid-19 “molto negativo” genera il 43,4 per cento del valore aggiunto regionale. La classe a impatto “negativo”, con un range tra il -4,4 e il -12,5 per cento, ne produce il 22,5 per cento; quella a impatto “poco rilevante”, oscillante tra lo zero e il -3,3 per cento, concentra il 26,8 per cento di valore aggiunto. Il restante 7,3 per cento è rappresentato da due settori, sanità e industria chimico-farmaceutica, gli unici per i quali lo studio prevede una variazione positiva, fino all'1,9 per cento. I ricercatori puntualizzano comunque che si tratta di “stime fortemente aleatorie, formulate in presenza di uno scenario molto fluido”.