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I bulli diventano cyber: falsificata su WhatsApp l'identità della vittima di turno

Alessandra Borghi
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I bulli diventano “cyber”. In base all'esperienza della polizia postale dell'Umbria, guidata da Annalisa Lillini, una delle frontiere più invitanti per questa categoria emergente di bulli è rappresentata da WhatsApp, l'applicazione di messaggistica mobile. Gli utenti possono anche creare gruppi e scambiarsi video e messaggi audio, oltre che semplici testi. Ma nel modo in cui vengono usati certi strumenti può nascondersi, per qualcuno, l'insidia. Un adolescente intrattiene normali rapporti con i compagni di classe finché, di colpo, si ritrova isolato senza sapere perché. Dagli altri, solo musi lunghi e tendenza a evitarlo. Come se avesse la peste. Che succede? La scoperta avviene solo dopo molte settimane: qualcuno aveva creato un gruppo inserendo un numero telefonico spacciato per quello dell'adolescente in questione e usato per insultare tutti gli altri componenti. Un modo per fare terra bruciata intorno alla vittima designata. Colpisce che certi episodi avvengano già “fra giovani dai 12 ai 14 anni”. Le segnalazioni arrivano alla Postale tramite i genitori o, talvolta, anche dagli insegnanti. In questo senso, l'apporto dell'attività di formazione e sensibilizzazione condotta dagli agenti nelle scuole ha un forte peso specifico. Il messaggio di fondo lanciato ai ragazzi è uno: attenzione a non commettere stupidaggini che poi, sulla scorta di formali denunce, possono nel tempo rivelarsi pregiudizievoli, macchiando, insomma, un percorso di vita.