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Coronavirus in Umbria, la sanità tra rare virtù e vecchi vizi

Giuseppe Silvestri
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di Roberto Segatori Agli effetti dell’epidemia in corso, la Pasqua ha rappresentato una svolta più psicologica che risolutiva. Sebbene non sia ancora il tempo di critiche divisive, è tuttavia possibile cogliere già ora i segni del manifestarsi di alcune (rare) virtù e di vecchi vizi nei principali ambiti regionali. Si prenda la questione della sanità. L’Umbria è stata meno colpita di altre regioni dal Coronavirus. A questo aspetto sicuramente positivo, fa da riscontro il dubbio che ciò stia accadendo anche perché essa – come dimostrano i dati recenti - sia rimasta arretrata negli scambi produttivi e commerciali con l’esterno. Poi c’è il fronte dei provvedimenti adottati. L’esperienza della Lombardia – la regione con più vittime Covid 19 – ha insegnato due cose: andava evitato l’utilizzo di troppi ospedali, perché in qualche caso essi si sono trasformati in ulteriori focolai di contagio, e andava maggiormente tutelato il ruolo dei medici di base. In Umbria si è cercato inizialmente di percorrere la strada corretta, affiancando agli ospedali di Perugia e di Terni alcuni reparti dedicati a Pantalla e a Branca. Poi il percorso virtuoso si è interrotto. Oggi abbiamo 6 su 7 ospedali coinvolti nel trattamento del Covid 19, col rischio di contagio del personale sanitario. Più un improbabile e costoso allestimento campale a Bastia Umbra, che arriverà verosimilmente fuori tempo massimo. Non solo. Sebbene fin dal 2016 e con l’ultimo Piano Sanitario approvato dalla vecchia giunta si sia cercato di spostare una parte della spesa dagli ospedali al territorio, la mancata approvazione dello stesso piano ha lasciato disarmati i medici e l’assistenza infermieristica di base. Sono quindi ricomparsi i vizi di un tempo. Tesei non è stata tanto diversa da Lorenzetti nella gestione pulviscolare degli ospedali; Coletto si è rivelato meno attento di Barberini nel rinforzare la medicina del territorio. Ma anche bravi sindaci di sinistra ci hanno messo del loro. Stirati a Gubbio e Presciutti a Gualdo Tadino hanno fatto fuoco e fiamme contro l’ipotesi di utilizzo di Branca in nome di un malinteso campanilismo. E' curioso che una persona accorta come Presciutti – che sembra uno sceriffo, forse per emulazione dell’indimenticato Rolando Pinacoli – non abbia colto l’occasione per avere a Branca un centro pneumologico, utile anche domani. Nell’industria manifatturiera succede qualcosa del genere. Una settimana fa erano circa 500 le aziende umbre che lavoravano in deroga. Dopo Pasqua ne dovrebbero riaprire di più. I sindacati hanno frenato la ripresa del lavoro in fabbrica in difesa della salute degli addetti. Giustissimo. Ma, accanto all’allarme sanitario, è tempo che gli stessi sindacati si impegnino con gli imprenditori a studiare le condizioni per il ritorno graduale ed esteso delle attività. Alla lunga, chi grida sempre e solo “al lupo, al lupo” perde consenso.