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A chi giova un sindacato debole?

Federico Sciurpa
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Roberto Segatori C’era una volta un sindacato forte. In alcuni picchi del recente passato, esso ha potuto contare su tre condizioni favorevoli: l’orientamento dei governi verso la concertazione nelle politiche economiche (con le intese tra Governo, Confindustria e Cgil-Cisl-Uil); un’importante rappresentanza (leggi iscritti) delle categorie di lavoratori dei settori di punta (in Umbria: metalmeccanici, chimici, alimentaristi, del tessile-abbigliamento e delle costruzioni); una vivace elaborazione ideologico-programmatica, resa perfino più intensa dal dualismo tra il sindacalismo di classe della Cgil e il sindacalismo di tipo aziendalista della Cisl. Specialmente negli ultimi dieci anni, però, il sindacato è stato costretto a subire lo stravolgimento delle condizioni di favore: il governo Monti e soprattutto il governo Renzi hanno ricondotto la politica industriale alla dialettica Governo-Parlamento, abbandonando la strada della concertazione con i sindacati; la componente maggioritaria degli iscritti è diventata quella dei pensionati (intorno al 50%, un po’ di più nella Cgil e un po’ di meno nella Cisl), seguita dai lavoratori del pubblico impiego e dell’area della conoscenza, mentre si è progressivamente eroso il peso delle altre categorie, fatta salva una debole resistenza di Fiom e Fim; infine, in considerazione della difficile praticabilità del modello tedesco della presenza nei consigli di sorveglianza delle aziende, l’orientamento reattivo della Triplice si è sostanzialmente ridotto al grido di “al lupo, al lupo”. L’indebolimento del sindacato si evince anche da altri segnali: le polemiche - indotte dalla volontà di verificare il reale grado di rappresentanza - sull’effettivo numero degli iscritti (ma qui l’Inps potrebbe tagliare la testa al toro) e la ricerca di finanziamenti tramite i servizi offerti (come i Caf). A tali elementi si accompagnano – dappertutto, ma di sicuro in Umbria – due ulteriori spie: il fatto che molte medie imprese (anche di successo) cercano di fidelizzare i dipendenti, lasciando il sindacato fuori dalla porta; il mancato transito dei leader sindacali nei ruoli politici di consiglieri regionali o nazionali (basti pensare alla diversa sorte toccata negli ultimi dieci anni a tre segretari regionali della Cgil: Mario Giovannetti, che diventa assessore regionale, Manlio Mariotti consigliere regionale solo come subentrante da primo dei non eletti e Mario Bravi non eletto). In questo quadro il futuro appare piuttosto buio. Ulderico Sbarra, ex segretario regionale della Cisl e pungolo energico della vecchia Giunta regionale, ricorda che le grandi imprese umbre siderurgiche, meccaniche e del lusso hanno clienti soprattutto in Germania. Ma il rallentamento dell’economia tedesca è destinato a colpire le nostre esportazioni, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro in regione, oltre a quelli già persi nella chiusura di tantissime piccole imprese. Certo, il sindacato mostra oggi limiti evidenti a partire da una ridotta rappresentatività, ma è difficile negare l’importanza del suo ruolo storico in difesa dei diritti dei lavoratori e dell’equità sociale del sistema politico ed economico. A chi giova il suo malinconico declino?