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Perugia e la Perugina

Gabriella Mecucci
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E' inutile girarci intorno, la situazione economico-industriale di Perugia e dintorni è molto preoccupante. Non si tratta di aprire la caccia al colpevole né di tentare speculazioni politiche di piccolo cabotaggio. Dividersi fra ottimisti e pessimisti sarebbe non solo inutile, ma anche sciocco. Occorre prendere però atto della realtà. Già colpita dagli effetti collaterali del terremoto (su tutti la caduta del turismo), Perugia sta ora vivendo la difficile vertenza Nestlè (340 posti di lavoro in meno a Fontivegge)) ed è recentissima la notizia che la Colussi di Petrignano d'Assisi vuol licenziare 125 dipendenti. Fra pochi giorni inizierà la grande kermesse che celebra il rapporto indissolubile tra il capoluogo umbro e il cioccolato: il successo di Eurochocolate è una testimonianza in più di quanto la Perugina sia identitaria per Perugia, di quanto faccia parte delle radici profonde della città. Fontivegge è un luogo che ha distribuito negli anni ricchezza e occupazione, ed ha anche prodotto cultura imprenditoriale e classi dirigenti. Un tempo dava 3.500 posti di lavoro, ora sono solo 850, stagionali compresi; un tempo il “cervello” dell'azienda era qui, oggi non più. La Nestlè, gigante multinazionale, ha le sue logiche, come fa una realtà piccola come la nostra a interloquire con queste? Lilliput può pesare sulle scelte del gigante? Può evitare di diventare del tutto residuale? Come si scongiura il rischio di cadere vittime della strategia del carciofo secondo la quale, una dopo l'altra, si tolgono le foglie? E se ciò accadesse, cosa resterebbe? Sono queste le domande a cui rispondere. Quesiti dai quali ne discendono altri. Perugia è consapevole dell'importanza della vertenza di Fontivegge? Comprende che dal suo esito dipende il futuro della città? Che ne potremmo uscire più piccoli, più deboli, in ulteriore e precipitoso declino? Alla manifestazione di sabato scorso le organizzazioni sindacali hanno messo al centro della loro vertenza la richiesta alla Nestlè di applicare gli accordi sottoscritti nel recente passato. Può bastare? Non sarebbe il momento di andare oltre, di avanzare una proposta che cerchi di sbloccare la situazione? C'è nell'aria una domanda che ha già posto su queste pagine Leonardo Caponi e che è forse la madre di tutte le domande: è ipotizzabile un cambio di proprietà? Cioè, è possibile che la Nestlè venda ad altro soggetto e che questo passaggio sia favorito dalla mano pubblica, senza ovviamente incorrere nel divieto agli “aiuti di stato”, sanzionato dall'Unione europea? L'operazione sembra a prima vista difficilissima, ma il tema, anche se ancora sotto traccia, comincia a serpeggiare. Gli interrogativi sono molti, ma c'è una certezza innegabile: oggi è in gioco non solo il destino di una fabbrica ma anche di una città come Perugia. E' dunque il momento di un passo avanti da parte sia del governo nazionale sia di Regione e Comune. Ed è singolare che Palazzo dei Priori non lo abbia già richiesto a gran voce. Nessuno ha la bacchetta magica: guai a promesse a vanvera e a facili demagogie. Ma il sindacato non può essere lasciato da solo. Ha bisogno di essere aiutato e anche consigliato. Qualunque sia il giudizio sulla manifestazione di sabato scorso, questa non può che essere considerata un punto di partenza. La meta è ancora lontana e il percorso pieno di ostacoli.