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La nuova sinistra umbra

Gabriella Mecucci
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Con calma, lentamente, con flemmatica cautela, ma alla fine il cerchio si è chiuso: la sinistra umbra sembra cambiata davvero. E' spuntata una "nuova gauche" moderata e riformista che la campagna per il referendum cementerà: il rosso si è stemperato nel rosa e i radicalismi sono tramontati. Eppure la storia, sino a quella più recente, non lasciava intuire questa svolta. C'era una volta in Umbria un Pci fortissimo e a trazione ingraiana. I "miglioristi" alla Napolitano erano quasi inesistenti e quei pochi marginali e isolati. I berlingueriani per governare il partito dovevano allearsi con la sua anima più radicale. Anche il Psi volgeva al rosso intenso tantoché i craxiani stentarono a governarlo e lo fecero per un periodo piuttosto breve. Il punto di partenza era dunque quanto di più lontano dal riformismo pragmatico e moderato. Questi equilibri erano talmente solidi che quando il crollo del muro di Berlino e poi tangentopoli provocarono un vero terremoto politico, in Umbria il sisma fece emergere una consistente componente radicale: Bertinotti raggiunse percentuali elettorali a due cifre e i comunisti italiani andarono ben oltre medie nazionali. La sinistra umbra sembrava non volersi rassegnare alla fine del comunismo. All'interno del Ds e poi del Pd diventò però rapidamente maggioritaria l'anima dalemiana - la componente cioè più intrisa di togliattismo - nonostante per qualche anno in provincia di Perugia venisse eletto Veltroni, l'allora golden boy post comunista innamorato degli Usa: più vicino a Clinton e a Obama che alla tradizione socialista europea. Baffino aveva localmente i suoi massimi interpetri politici nel presidente della Regione Maria Rita Lorenzetti e il sindaco di Perugia Renato Locchi. Contemporaneamente però nasceva e si consolidava la Margherita di Rutelli che in Umbria era guidata dal giovane Gianpiero Bocci: raccoglieva molti ex democristiani che non volevano stare col centrodestra berlusconiano. E che cominciarono ad assaporare il gusto del potere negli enti locali e in Regione da sempre in mano alle giunte rosse. In tempi recenti infine sono scomparsi dai radar elettorali sia Rifondazione che i comunisti italiani. Eppure il renzismo in Umbria subì all'inizio una netta sconfitta: tutti o quasi i dirigenti più importanti si collocarono dalla parte opposta, ma poi iniziò la lenta marcia di avvicinamento. Catiuscia Marini, che pure proviene dalle fila dalemiana-bersaniane, si schierò con la componente più moderata dei "giovani turchi". Gli Orfini e gli Orlando, per intenderci, che sono diventati col passar del tempo gli alleati più utili per Renzi: lo aiutano infatti - e non poco - a governare l'Italia e soprattutto il Pd. Stranamente e per certi versi incomprensibilmente, gli ex democristiani alla Bocci non scelsero sin da subito l'ex sindaco di Firenze come loro leader. Poi però, prima avvicinandosi a Franceschini, e poi con la recentissima cena romana con Lotti hanno completato la loro conversione. E' nata così in Umbria una sorta di "nuova sinistra" renzian-orfiniana molto lontana dai passati radicalismi, depurata dal dalemismo e che, sempre più, si configura come riformista e pragmatica. La nuova gauche poi si caratterizza per la volontà di "includere" la parte più dinamica dell'imprenditoria umbra: basti dire che Cucinelli fa le relazioni a quelli che un tempo si sarebbero chiamati "attivi di partito" e che Guarducci entra in una giunta di sinistra. Reggerà la svolta oppure una possibile sconfitta di Renzi al referendum metterà di nuovo tutto in discussione? Che peso avranno gli scontri di potere nazionali e locali interni al gruppo dirigente del Pd? E poi c'è sempre il rischio che qualcuno pensi ad una scissione in salsa umbra. I risultati di Fassina a Roma lo sconsiglierebbero, ma la propensione a dividersi della sinistra non muore mai. E' persino riuscita a ridurre alla minorità la grande e gloriosa socialdemocrazia tedesca.