Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Che Dio ci mandi Shackleton

Roberto Grandis
  • a
  • a
  • a

In Italia è pressoché sconosciuto ma gli inglesi lo considerano il più grande leader di ogni tempo. Cento anni fa, nell'agosto del 1914, il navigatore inglese Sir Ernest Shackleton salpava con la nave Endurance dalla Gran Bretagna con destinazione Antartide. Non era certo al primo viaggio: aveva già accompagnato Scott nel tentativo, senza successo, di raggiungere il Polo Sud e ora che ad Amundsen questa conquista era riuscita, Shackleton aveva un progetto ancora più ambizioso, attraversare a piedi il continente antartico, dal mare di Weddell al mare di Ross. Il Times aveva pubblicato l'annuncio: “Cerchiamo uomini per viaggio pericoloso, salario basso, freddo pungente e lunghi mesi di buio totale. Costante pericolo e ritorno incerto. Onori e riconoscimenti per il successo”. Risposero in cinquemila, tra cui tre donne. Shackleton li selezionò, accertandosi soprattutto della loro tendenza alla socialità e alla vita di gruppo. Il viaggio fu un disastro: la nave rimase presto incagliata. Restarono a bordo, in assoluto stallo, per oltre 9 mesi, poi l'Endurance, stritolato dai ghiacci, affondo'. Camminarono sul pack per altri due mesi, tirandosi dietro tre scialuppe, cani e cibo, prima di raggiungere l'Isola Elephant, terra del tutto inospitale. Di lì Shackleton partì con una delle scialuppe e con cinque compagni per raggiungere la Georgia Australe e chiedere soccorsi. Il tratto di mare di 870 miglia è anche oggi tra i più temuti per la forza dei venti e l'altezza delle onde: dopo 17 giorni di navigazione in quelle condizioni raggiusero la meta, ma dalla parte sbagliata. La scialuppa era ormai inutilizzabile e una catena di alte montagne li divideva dalla baia dei balenieri. Le superarono in trentasei ore senza attrezzatura alcuna. Poi finalmente tornarono, con navi adeguate, a riprendere tutti gli altri rimasti per oltre quattro mesi sull'isola Elephant. Globalmente, la spedizione durò 25 mesi e non raggiunse alcun obiettivo. Come può, allora, Ernest Shackleton essere considerato il più grande leader se fu perdente? Aveva, in realtà, conseguito la vittoria più meritevole. In un contesto nel quale era più che normale sacrificare la vita degli uomini per raggiungere gli obiettivi, Shackleton concentrò tutti gli sforzi su un'unica meta: riportare tutti a casa salvi e, pur in quella terribile odissea, ci riuscì.  L'attualità di Shackleton è sconcertante per l'abilità di gestire la leadership in situazione di crisi. La sua capacità di motivare, di responsabilizzare, di infondere coraggio, di comunicare, di ascoltare, di gestire con intelligenza i vari cambiamenti, fanno ancora oggi di Shackleton un modello di studio per le scuole manageriali più avanzate. Uno stile ben al di là di quello autoritario-saccente cui i nostri attuali governanti ci stanno abituando. Un marinaio del grande capitano, una volta tornato in patria, scrisse di lui: “Datemi Scott per una spedizione scientifica, Amundsen per un raid rapido ed efficace, ma se siete nelle avversità e non vedete vie di uscita, inginocchiatevi e pregate Dio che vi mandi Shackleton”. Anche oggi, magari! [email protected]