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Invalsi: le prove che non provano

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Roberto Grandis
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Anziché leggere qualche buon libro di pedagogia, come ogni ministro dell'istruzione dovrebbe periodicamente fare, l'attuale titolare del ministero di viale Trastevere pare avere sfogliato un vecchio testo di Charles Bedaux sui sistemi di valutazione del lavoro. Proprio quei sistemi che la Fiat, negli anni '30, adottò su vasta scala per misurare la produttività dei propri dipendenti, applicando, ma è solo un esempio, un apparecchio "contacolpi" alla tastiera delle dattilografe, così valutate e retribuite in base al numero di battute. Geniale! Da tempo si parla della valutazione degli insegnanti. Sacrosanto argomento: è ora che si ponga riparo a un andazzo dannoso per la scuola e nocivo per gli insegnanti migliori. Quale però il metodo e il relativo strumento per valutare? Il dilemma è complesso, seppure non irrisolvibile, guardandosi magari un po' intorno ed esplorando metodologie utilizzate in altri settori, commistione che la scuola non sempre gradisce. Stefania Giannini, l'attuale ministro, non ha, in proposito, dubbi: "Occorre utilizzare, per la valutazione, anche i risultati delle prove Invalsi". Le prove Invalsi sono quei test che l'omonimo Istituto predispone per essere somministrati a tutti gli studenti della scuola italiana: per i non addetti ai lavori, un po' come i quiz per la patente. Anziché risolvere il problema, a questo punto lo si duplica: servono effettivamente le prove Invalsi o rispondono alla logica del "in Europa fanno tutti così"? E poi, sono idonee per utilizzarne i risultati al fine di valutare anche i docenti? Ho visto il testo delle prove per la scuola primaria, quello per la seconda e quello per la quinta. Il primo è l'evidenziazione di come, nella cabina di regia della scuola italiana, vi siano sempre più statistici, economisti, informatici, anglofoni, "marKettari" e aziendalisti in genere e si stiano estinguendo i pedagogisti e gli psicopedagogisti, coloro che, ad esempio, potrebbero instillare qualche dubbio sulla congruità di certe domande con gli stadi dello sviluppo cognitivo di Jean Piaget. Nelle prove della quinta, per ben quattro volte, è ripetuto il medesimo errore di italiano, a conferma che sì, è proprio uno strafalcione e non un refuso grafico. Durante la prova ciò non è ovviamente sfuggito a molti bimbi ai quali non è parso vero di valutare, a loro volta, l'Invalsi. Si può determinare il valore degli insegnanti sulla base dei risultati di questi test? Coloro che hanno classi difficili, ragazzi con problemi, molti stranieri tra gli alunni, o gestiscono pluriclassi di montagna possono reggere il confronto con un' elegante plesso dalla city milanese? Due personaggi uscirebbero certamente malconci dai test Invalsi: don Milani e il maestro Manzi. "Non c'è nulla di più ingiusto, sosteneva il primo, che fare parti uguali tra disuguali", mentre il secondo poneva, sulle pagelle, un timbro con la dicitura: "Fa quel che può. Quel che non può non fa". Quando il ministero gli fece notare che non si potevano compilare le pagelle con dei timbri, li sostituì con la medesima frase scritta a mano. Il primo fu isolato a Barbiana, il secondo sospeso più volte dall'insegnamento, anche se la sua trasmissione televisiva debellò l'analfabetismo di milioni di italiani. Personaggi di altri tempi, si dirà. Chissà se qualche loro libro è rimasto nei meandri nella biblioteca del ministero. [email protected]