La pedata di Dio

La pedata di Dio

31.03.2014 - 09:09

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“Mi puoi aiutare ad allestire questo banco?” Così lo conobbi tantissimi anni fa. Lui 15 anni, io 16. All'oratorio si preparava il carnevale dei ragazzi. Qualche banco qua e là: cose semplici ancora nulla di tecnologico. Giochi persino un po' ingenui, visti oggi. Lui predisponeva un piccolo spazio per il tiro ai barattoli: vasi di latta dismessi e palle di stoffa. “Mi puoi aiutare?” Ci presentammo: “Sono Luigi, Luigi Ciotti e sono qui a Torino da non molti anni. La mia famiglia è di origine veneta”. Fu uno degli incontri più felici e fortunati della mia vita. Eravamo insofferenti, fin da allora, in quell'oratorio, a nostro giudizio, troppo "stretto" per i ragazzi. Allestimmo una squadra di calcio, frequentammo, per capirne un po' di più, un campo scuola del Csi e creammo un bel gruppetto: noi e loro adolescenti. Il tempo passò, Luigi entrò in seminario, vocazione adulta, come si diceva a quei tempi. Poi l'ordinazione da parte del suo (e mio) grande vescovo, il Cardinale Michele Pellegrino. Cantammo, in quella circostanza, la canzone preferita da Luigi, quel "se tutti i ragazzi del mondo si dessero la mano" di Sergio Endrigo. Era un segnale? Pellegrino gli diede la "mission": la tua parrocchia sarà la strada. Seguì la nascita del Gruppo Abele, le prime lotte contro le ingiustizie, a favore dei più derelitti: barboni, prostitute, drogati. Poi le grandi intuizioni, le realizzazioni, gli spazi sempre più ampi che, in quel mondo torinese, il gruppo Abele andava a ricoprire. E la grande fedeltà agli ultimi. Vent'anni fa nasceva anche Libera. Il resto è storia di oggi. Luigi è sempre stato un imprevedibile, un utopico che, fedele alla vocazione cristiana, crede nella realizzazione dell' utopia. Ha sempre dato del tu a tutti, persino (e per il mondo torinese era il massimo), all’avvocato Agnelli. Ha fatto altrettanto, la scorsa settimana, con Papa Francesco: quel “tu” e quell'avanzare mano nella mano che hanno toccato il cuore di molti. “Il prete più amato dall'altraItalia” scriveva, giorni fa, Paolo Rodari su “La Stampa”. Già, perché una parte d'Italia, quella di certo mondo cattolico, l'ha sempre evitato. Sconcerta un simile personaggio capace di uscire dagli schemi curiali del "tacere, sopire". Un personaggio che obbliga a schierarsi anche chi desidera, invece,un comodo “in medio stat virtus”, dimenticando che, in realtà, “in medio stat mediocritas”. Sale zeppe ovunque andasse ma, non raramente, ignorato proprio dai rappresentanti "ufficiali" della chiesa locale. Ora persino contro Papa Francesco, quel mondo, sta tramando. Meglio qualche novena, qualche bacetto ai santi, qualche pia processione piuttosto che lavorare per saldare cielo e terra. Luigi Ciotti, sono parole sue, ha due grandi riferimenti: il Vangelo e la Costituzione italiana. E lavora perché le due realtà non siano disgiunte. Non ama essere chiamato prete di strada o prete di frontiera. “Sono prete e basta - afferma - e credo che ogni prete debba schierarsi denunciando le illegalità e le ingiustizie”. Ha fatto presente a Francesco la troppa omertà della Chiesa sui temi della mafia: accanto a esempi splendidi (don Diana, don Puglisi), vi sono state, e vi sono, connivenze e silenzi colpevoli. Il Papa l'ha ascoltato ed ha approvato con un cenno del capo. Al termine del suo intervento, di fronte a Francesco e a migliaia di famigliari delle vittime della mafia, ha chiesto al Padreterno, per tutti, una grossa pedata. La pedata di Dio.

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