Il ponte, la Tav e la violenza

26 novembre 2012

26.11.2012 - 13:20

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Sassi, spranghe e manganelli; disordini e tafferugli. Così certe tv e giornali riducono le sempre più frequenti proteste degli studenti, facendo un tutt’uno con quei malviventi cretini che dentro o fuori lo stadio danno sfogo alla loro muscolare imbecillità. La violenza è deprecabile sempre e non ha giustificazione alcuna. Ma la violenza non è solo quella che ci viene mostrata (e la relativa risposta dei poliziotti, anch’essi vittime della situazione). La situazione sociale diviene sempre più pesante, e ciò era prevedibile. La mancanza di lavoro e l’assenza di speranza nel futuro scatenano la rabbia di chi non arriva a fine mese, non vede alcuna possibilità di uscire dalla situazione, non sa più “a che santo votarsi” e non ha possibilità alcuna di ragionare “a lungo termine”. C’è violenza per le strade ma c’è violenza a Montecitorio e Palazzo Madama quando chi di dovere non prende provvedimenti, non decide, non fa le riforme, pensa unicamente al proprio tornaconto, fa, disfa e fa nuovamente alleanze, passando un giorno da una parte e uno dall’altra. Recentemente, è salita alla ribalta l’incredibile storia del ponte sullo stretto di Messina: tanto “sventolato” e mai realizzato ma capace di produrre, in questa fantasmatica irrealtà, penali per trecento milioni di euro. Come dire, il ponte non c’è e non si farà, ma i soldi in tasca a qualcuno sì. Non è violenza questa? Si dirà che è stato un errore che non verrà ripetuto. Spostiamoci allora a nord, nella famigerata Valle di Susa. E’ possibile che si finga di non capire che la Tav non si farà mai? Lasciamo stare i motivi di chi dissente e le ragioni degli Stati che, già interessati a quel tracciato, si sono poi defilati (la stessa Corte dei Conti francese ha espresso dubbi in proposito). Al di là di questo, come sarà possibile mantenere aperto per decenni un cantiere presidiato da centinaia di poliziotti che diventano migliaia non appena si tenti di aprire il passaggio a una ruspa? Quali i costi ? D’altra parte sarà difficile far recedere un movimento che esiste da 25 anni e che è portatore di ragioni tanto rispettabili quanto poco ascoltate. E allora? Vuoi vedere che finirà come il Pontesullo Stretto con spese colossali di progettazione e successive penali per un’opera che si prospetta sempre più impraticabile e inutile? E se un giorno i giovani (e i meno giovani) protesteranno per tali violenze di stato, cosa sosterranno i giornali benpensanti? La violenza fisica non ha mai alcuna giustificazione, ma quando la resistenza passiva troverà spazio in prima pagina?

Roberto Grandis
robertograndis@infinito.it  

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