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Il selfie che ci porta alla morte

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Sergio Casagrande
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A Soverato, in Calabria, un tredicenne è morto travolto da un treno per essersi trattenuto troppo sui binari. Con due coetanei aveva deciso di farsi un selfie attendendo l'arrivo di un convoglio in transito. Bravata? Idiozia? Una prova di ardimento finita male? Il disagio o l'imperizia di un adolescente? E' molto difficile trovare una definizione. Perché bisognerebbe conoscere bene, prima di tutto, chi era questo ragazzo. Qual era la sua vita. La sua famiglia. L'ambiente con il quale si rapportava. Il percorso che aveva seguito fino al giorno della sua morte. Ma una riflessione è comunque possibile e un giudizio su quello che stava facendo il ragazzo lo si può comunque dare. Partendo dagli effetti che la sua azione ha avuto: ha distrutto la sua vita; quella dei suoi genitori; e quella del povero macchinista del treno che si è trovato nell'impossibilità di evitare una tragedia di cui porterà i segni per sempre. Tutto questo per che cosa? Per un selfie. Ovvero, una foto fatta con lo smartphone tenuto col braccio alzato o scattata brandendo un orribile trespolo. Una foto che nasce, principalmente, per mostrare la faccia stereotipata di se stessi sui social network. Che quasi sempre ha la durata di una meteora e che mai nessuno andrà a rivedere a distanza di anni. Perché quasi sempre non matura per trasmettere emozioni e ricordi, ma al massimo per provocare qualche invidia e un istante di minima attenzione. Una foto vuota. Vuota di contenuti. Vuota di significato. Vuota di passato. Vuota di presente. Senza età, senza arte né parte. E, purtroppo, anche senza futuro. [email protected] Twitter: @essecia