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Web, tritacarne che lascia tracce

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Jacopo Barbarito
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Quella di Tiziana è una brutta storia. Trentuno anni, di Mugnano, in provincia di Napoli, si è tolta la vita impiccandosi in casa con un foulard. Non ha retto alla vergogna. O meglio, non ha retto alla pressione dello scandalo che un anno fa, all'improvviso, le aveva tolto il sorriso. Alcuni video hard girati nei suoi momenti di intimità erano finiti prima sui social network, poi avevano cominciato a circolare liberamente anche sul resto del web. E lei era stata riconosciuta: prima dagli amici; poi dai parenti; poi dalla gente qualunque, che la incrociava per strada, nei negozi, dietro ogni angolo. Inizialmente aveva deciso di isolarsi e di chiudersi in casa o, almeno, di uscire col volto coperto. Ma non riusciva più a dormire, né a fare un lungo respiro. Sperando di liberarsi da quello che era diventato un incubo, un'ossessione, si era rivolta quindi alla legge. E aveva scelto di non nascondere più il suo viso e di raccontare tutta la verità su quella storia di cui tutti conoscevano solo qualche scena e una maledetta frase. Ha affrontato un processo e ha atteso la sentenza. E sembrava avesse anche avuto ragione: via quei video dalla rete; e la possibilità di cambiare almeno il cognome con quello della madre, per sperare che, almeno in futuro, in un'altra città, in un altra regione, il suo nome, legato a quelle immagini e a quelle poche parole, fosse dimenticato. Ma all'improvviso, evidentemente, si è resa conto che sarebbe stata proprio lei a non poter dimenticare... Tiziana non aveva colpe, se non quella di essere una bella ragazza e di essersi concessa a un piacere che doveva rimanere per lei e per l'uomo che era con lei. Nulla di così grave, quindi, da porla al pubblico ludibrio sulla gogna e sulla piazza e a farle rimediare, poi, una condanna a morte. Ma il popolo del web - che altro non è che l'evoluzione più attuale dell'essere umano di sempre - è un giudice più severo e più crudele della giustizia ufficiale e titolata; e proprio alla gogna e, poi, alla morte l'ha condannata. Ma la storia non è ancora finita: ora la procura di Napoli indaga per istigazione al suicidio. Verrà interrogato chi ha girato quei video. Ed è probabile che passi guai seri. Ma se si vuole una vera giustizia, che non si rilevi sommaria, si ricordi anche di andare a cercare chi quei video li ha diffusi e ha contribuito a diffonderli facendoli diventare virali. E chi ci ha perfino speculato sopra arrivando ad estrapolare dei frame per vendere magliette, cappellini e altri orribili gadget col volto di questa ragazza. Il web è qualcosa che ha dimostrato di saper tritare tutto, perfino le vite umane. Ma è qualcosa che, comunque, lascia delle tracce. Spesso indelebili. E, purtroppo, anche Tiziana lo sapeva.