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La nostra terra dei fuochi

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Sergio Casagrande
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L'Umbria, il cuore verde d'Italia, scopre all'improvviso di avere la sua terra dei fuochi. Senza fiamme, perché qui da noi non c'è nessuno (almeno sembra) che sparge diossina bruciando montagne di rifiuti, ma comunque presente. E altamente inquinante. La terra dei fuochi dell'Umbria, per giunta, non è in un'area circoscritta attorno a un'unica zona. Ma è diffusa sul territorio. Si trova dentro e attorno alle discariche attive o non più attive dalla metà del secolo scorso. L'ha descritta Alessandro Bratti, presidente della commissione bicamerale d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti che in questi giorni ha fatto tappa nella nostra regione. La commissione è stata prima a Terni, poi a Perugia e Orvieto per fare il punto sulle indagini scattate sulla gestione dei rifiuti in Umbria. Una gestione, tra l'altro, sulla quale potrebbe aver allungato le mani una criminalità di stampo mafioso. Stando alle dichiarazioni di Bratti, suffragate dai risultati delle analisi compiute dall'Arpa, l'Agenzia regionale di protezione ambientale, in 108 punti dei terreni nelle vicinanze delle discariche è stata accertata la presenza di sostanze altamente inquinanti come fanghi di scarti industriali e trielina. Una situazione che, nel corso degli ultimi cinquant'anni, sarebbe finita per danneggiare anche molte falde acquifere della regione. Quelle di Bratti, quindi, sono parole che bruciano facendo ardere la rabbia. Perché scoprire che anche in Umbria la natura è ferita dalla presenza dei rifiuti pericolosi è una notizia che fa indignare: tutti, fino a ieri, eravamo convinti di vivere in un ambiente sostanzialmente sano anche se non proprio immacolato (pesa, infatti, il precedente delle ceneri radioattive interrate nella zona artigianale di Fabro). Ora si indagherà per capire come tutto ciò sia potuto accadere. E non è da escludere che emerga, presto, anche qualche responsabilità. Ma una cosa è già chiara. Se la situazione è davvero quella che è stata descritta dal presidente della commissione bicamerale sarà necessario procedere rapidamente a una bonifica di tutte le aree interessate dagli inquinamenti. Di nuove leggi, invece, non c'è bisogno, basterebbe applicare quelle esistenti. E verificare che vengano rispettate. Semmai occorrerebbe fissare nuove procedure di controllo e vigilanza sul ciclo del recupero e dello smaltimento dei rifiuti. L'impegno, quindi, soprattutto per recuperare i danni già provocati e per evitare che essi si ripetano, è sicuramente gravoso, ma l'Umbria non può e non deve venirne meno. Oppure dovrà rassegnarsi al fatto che non potrà più vantarsi di essere il cuore verde dell'Italia. Anche se questo, poi, alla fine, per noi umbri sarebbe il male minore visto che chi danneggia l'ambiente mette soprattutto in pericolo la nostra vita. E quella delle generazioni future. [email protected] Twitter: @essecia