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I segni della Grande Guerra

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Sergio Casagrande
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Esattamente cento anni fa. Il 23 maggio del 1915, una domenica. Fu quello il giorno in cui in Umbria, grazie a un passaparola avviato dai macchinisti di un treno a vapore proveniente da Roma, cominciarono a circolare le voci che anche l'Italia entrava nella Grande Guerra. Dopo un lungo tergiversare il “governo di Roma”, come amavano chiamarlo gli umbri di quegli anni, aveva inviato la dichiarazione di guerra all'Austria-Ungheria proprio in quella domenica. L'inizio formale delle ostilità veniva fissato per il successivo 24 maggio. Come in molte altre occasioni, anche quella volta, l'Umbria si trovò spaccata in due. Gli interventisti a festeggiare nelle strade; i neutralisti chiusi in casa a rimuginare. Meglio così, perché fino a pochi giorni prima, a Perugia, Terni e Spoleto, tra le due fazioni, era scorso del sangue. Dal punto di vista economico, l'inizio del conflitto sembrò portare - sul territorio - un apparente beneficio immediato: la produzione di armi a Terni, in effetti, lievitò garantendo subito centinaia di nuovi posti lavoro; e a Belfiore di Foligno il Regio Carnificio Militare arrivò a sfornare così tante razioni da campo da diventare in breve tempo una delle industrie alimentari più importanti d'Italia. Ma cento anni dopo sappiamo che, in realtà, quella guerra ci costò molto cara. E molto dolore. L'Umbria - che all'epoca toccava i 600mila abitanti - pagò un tributo altissimo: 10.934 solo i morti “ufficiali”, quelli cioè riconosciuti nei registri redatti al fronte; molto più alto (anche se mai quantificato con esattezza) quello dei feriti e dei mutilati. Ignoto quello dei dispersi e dei civili. Non solo, la nostra regione fu addirittura quella che mandò sulla prima linea il maggior numero delle sue forze giovani (968 under 30 ogni 1.000 umbri chiamati al fronte). L'Albo d'oro dei caduti d'Italia, redatto dal ministero della Guerra del Regno, indica che un terzo dei militari umbri deceduti aveva un'età compresa tra i 21 e i 25 anni: il 16 per cento meno di 20. E in un solo caso risulta un deceduto con oltre 40 anni. Questi numeri, letti un secolo dopo, fanno venire i brividi. Ma spiegano come mai, oggi, non ci sia un angolo della nostra regione privo di un segno della memoria lasciata dai nostri nonni a seguito di quel conflitto. L'Umbria, infatti, è disseminata di testimonianze della Grande Guerra: cippi, steli, obelischi, piramidi, lapidi, cappelle, edicole, altari , parchi della rimembranza, formelle, lastre di ghisa e d'acciaio. Sono tantissime, molte di più degli omaggi a Garibaldi e dei ricordi della Seconda Guerra mondiale. Sono nelle città, nelle frazioni, nei cimiteri, sulle porte delle parrocchie, negli androni di vecchie scuole e antichi edifici pubblici. Molte, vergate addirittura sull'acciaio fuso dei cannoni ceduti alla resa dagli austro ungarici, riportano le frasi della retorica che celebrano la vittoria e la redenzione d'Italia, Ma la maggioranza ricorda i nomi dei caduti e il dolore di amici, parenti, parrocchiani e concittadini. Per domani, 24 maggio 2015, la presidenza del consiglio dei ministri ha invitato gli enti pubblici ad esporre il tricolore “in occasione del centenario dell'ingresso dell'Italia nel primo conflitto mondiale”. Una frase che si legge anche alla prima riga del “Programma di iniziative per la memoria e la conoscenza della Grande Guerra” riportato sul sito internet di palazzo Chigi, ma che, forse, andava scritta diversamente. Non si può, infatti, dare pienamente torto al sindaco di Bolzano, Luigi Spagnolli, che ha annunciato che domani il tricolore lo esporrà, ma solo a mezz'asta. Anche se qualcuno sospetta che le reali motivazioni possano essere ben altre e andrebbero ricercate nella storia, la sua giustificazione non fa una piega: “L'inizio di quella guerra, come pure di tutte le guerre, costituisce già di per sé una sconfitta per l'umanità e non può essere festeggiato”. Sarebbe stato meglio non esortare freddamente a celebrare l'inizio della Grande Guerra. E sarebbe stato più significativo, invece, un invito a ricordare l'inizio di un evento storico che, seppur all'epoca motivato, è comunque costato al Paese un pesante tributo di sangue e di dolore. Aggiungendoci, magari, la proposta, oltre che di esporre il tricolore, di riscoprire i luoghi della memoria. Un'occasione per fermarsi, almeno per un attimo e per un semplice pensiero, di fronte a uno di quei tanti monumenti e segni della Grande Guerra che i nostri nonni ci hanno voluto lasciare e che invece noi abbiamo abbandonato all'oblìo. Se le tracce della Grande Guerra lasciate dagli avi sono così tante e non hanno eguali, c'è un motivo. Patriottico, ma anche di dolore. [email protected] gruppocorriere.it Twitter: @essecia