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Ast, la vittoria di una battaglia d'altri tempi

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Sergio Casagrande
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Chi sono i veri vincitori del braccio di ferro durato 140 giorni? L'Ast, i sindacati, il governo, la Regione, l'Unione europea o gli operai? Se si guarda solo ai risultati meramente materiali, l'Ast, anche se scesa a patti, svetta su tutti. Con le uscite volontarie può comunque mettere a bilancio una consistente riduzione del personale. E, in cambio del mantenimento della produzione a Terni, ha ottenuto garanzie e impegni che non aveva mai avuto prima. Ma dal punto di vista morale e per quello che hanno rischiato, paragonato alle loro possibilità economiche, i vincitori sono gli operai che all'inizio, sembrava a tutti una roba d'altri tempi, hanno dimostrato che l'unione fa la forza. L'estenuante trattativa con un'azienda che era partita di gran carriera per operare 537 tagli tra i dipendenti delle Acciaierie ternane, se non ci fossero state la partecipazione e l'unità, molto probabilmente si sarebbe conclusa con esiti ben differenti da quelli che hanno portato, mercoledì scorso, alla firma a Roma. Certo, i meriti spettano pure all'Ast, che, anche se alla lunga, si è resa disponibile ad ascoltare; al governo che si è impegnato ed è riuscito a mediare; alla Regione che non ha lasciato Terni da sola; al sindacato che ha fatto la sua parte senza esasperare gli ideologismi e la contrapposizione. Ma la palma dei vincitori, seppur sorretta da tutti questi coprotagonisti, non può che andare in primis ai lavoratori. E se poi dobbiamo andar per gradi, il secondo posto spetta sicuramente alle rappresentanze sindacali. La protesta è stata dura. Sono volate anche le manganellate. E le tensioni non sono mancate. Ma il comportamento degli operai, insieme a quello dei loro rappresentanti sindacali, è stato inappuntabile. Di questa vertenza si ricorderanno a lungo le immagini del sangue che - grazie a Diego Bianchi e alla sua squadra di Gazebo - si è visto scorrere in tivù e quelle del grande blocco dell'autostrada del Sole ad Orte. Ma anche quelle della faccia di un leader sindacale come Maurizio Landini (segretario nazionale di quella Fiom Cgil molte volte criticata per posizioni giudicate da qualcuno troppo intransigenti) capace di calmare gli animi nei momenti più delicati con una freddezza e un senso di responsabilità difficilissimi da mantenere in situazioni come quelle che si sono avute in piazza della Repubblica a Roma. Mentre gli automobilisti e gli autotrasportatori imbufaliti (compreso il sottoscritto) rimasti bloccati sull'A1 per la protesta operaia non dimenticheranno di certo le scuse fatte pubblicamente ai cittadini da quell'operaio con il megafono. Un comportamento, questo, che - unitamente allo stupore generale per le manganellate piovute un po' troppo rapidamente a Roma - ha permesso di alimentare una certa simpatia da parte dell'opinione pubblica ed evitato che le circostanze facessero propendere per tutt'altro. E adesso? Adesso che la vertenza si è conclusa positivamente gli operai devono proseguire nella loro parte mettendoci lo stesso orgoglio e attaccamento al lavoro che hanno mostrato durante i 140 giorni di lotta. E tutti gli altri coprotagonisti non devono lasciare la scena. Perché è vero che l'Ast ha deciso di non procedere ai licenziamenti ed ha avviato un piano di rilancio. Ma la stessa si è data un termine. Un termine oltre il quale potrebbero ripresentarsi - se non risolti - tutti i problemi che avevano portato alla rottura delle trattative. Sindacati, Regione, governo e Unione europea, sanno benissimo quali sono i problemi e le problematiche che l'Ast ha denunciato. E sanno che Terni, con i suoi operai, non può tornare a ritrovarsi sola. Insieme agli operai, ora si devono rimboccare le maniche anche loro. Perché anche loro, insieme all'Ast, hanno preso l'impegno di mantenere la A maiuscola alle Acciaierie di Terni. [email protected] Twitter: @essecia