mario tosti - la clessidra

Governo Renzi: siamo su "Scherzi a parte"?

07.08.2014 - 11:53

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Sono molti gli italiani che hanno pensato che, dopo le mirabolanti promesse di Berlusconi e dei suoi governi (un milione di posti di lavoro, via le tasse, riforme del lavoro e della pubblica amministrazione, ecc… ecc..), dopo i governi tecnici e la stagione neo-democristiana di Enrico Letta, fosse iniziata un nuovo ciclo politico caratterizzato da fatti concreti, da promesse mantenute nel nome di un ricambio generazionale che, facendo leva sui sentimenti e sulle attese dei giovani, non avrebbe fomentato illusioni, pena la definitiva perdita di credibilità dei politici e delle istituzioni da parte di una generazione che, pur avendo estremo bisogno della politica per costruire il proprio futuro, non ha mai avuto da essa risposte adeguate. La vicenda del decreto del ministro Madia, che ha annunciato pensionamenti nella pubblica amministrazione, nella scuola, nell’università, per fare spazio ai giovani e favorire così un ricambio generazionale, si è rivelata paradossale, fino a sfiorare risvolti comici se non vi fosse di mezzo il destino di giovani insegnanti e di giovani ricercatori che per due o tre notti hanno sognato la cattedra e l’ingresso nell’università italiana. Ma andiamo con ordine. Il decreto Madia contiene diverse norme, dalla mobilità nella pubblica amministrazione al risarcimento delle vittime del terrorismo, ma l’attenzione della stampa e dei media si è naturalmente concentrata sulle disposizioni che mirano a favorire la staffetta generazionale, l’uscita cioè di personale anziano per fare posto ai giovani. L’opinione pubblica si è divisa tra coloro che ritengono il piano buono e giusto (finalmente provvedimenti che non tendono solo a mandare a casa il personale in esubero, ma affrontano una delle piaghe più dolenti dell’Italia: la disoccupazione giovanile) e coloro che invece sottolineano la perdita di capitale umano e di risorse, soprattutto nella scuola, nell’università e nella sanità, che tale provvedimento provocherebbe; in fondo, affermano costoro, a 65 anni un individuo oggi riesce ancora ad avere livelli alti di efficienza e funzionalità. Naturalmente il governo, soprattutto il ministro Madia e Renzi, hanno difeso il provvedimento, che è passato all’esame della Camera con la fiducia, ma tutti erano ormai convinti che la sua definitiva approvazione fosse cosa fatta. Ecco allora che la stampa locale si è sbizzarrita a verificare dipartimento per dipartimento i nomi degli illustri cattedratici che nello spazio di qualche mese avrebbero dovuto forzatamente abbandonare l'università, finanche a mettere in discussione la permanenza del rettore Moriconi, che in virtù della norma del pensionamento a 68 anni avrebbe dovuto lasciare a metà mandato. Inutile sottolineare che anche all'interno dei Dipartimenti si era cominciato a verificare le situazioni dei singoli docenti, in modo da predisporre una programmazione triennale di reclutamento di ricercatori e docenti che permettesse di tenere in vita i corsi di laurea. Poi all’improvviso la retromarcia: nella tarda mattinata di lunedì si viene a sapere che la commissione Affari costituzionali del Senato ha dato via libera a tre emendamenti presentati dal governo al decreto Madia che hanno fatto saltare la norma che avrebbe consentito a 4mila persone, tra insegnanti e personale della scuola, di andare in pensione sulla base della “quota 96” (mix di età anagrafica e anni di contribuzione) nonché quella che avrebbe consentito alle amministrazioni pubbliche di far andare in pensione dirigenti delle strutture sanitarie e professori universitari raggiunti i 68 anni di età. Insomma tutto come prima. Sospiro di sollievo dei “baroni” e delusione di tanti giovani che, per un sogno di mezza estate, avevano visto avvicinarsi l’ingresso nell’accademia. Il motivo della retromarcia sembra essere la bocciatura sancita dalla Ragioneria generale dello Stato, che ha accertato l'insufficienza delle coperture finanziarie. C’è da restare sgomenti e più di uno, me compreso, si è domandato se non eravamo su “Scherzi a parte”; ma come, si avvia una colossale riforma della pubblica amministrazione, non ci si cura di alimentare una nefasta contrapposizione generazionale, si nutrono speranze e si cambiano progetti di vita senza fare i conti? Possibile che a nessuno del governo, dei deputati della Camera, sia venuto in mente di verificare la copertura finanziaria di tale proposta? A questo punto nessuno può sapere come l’intera vicenda andrà a finire, la certezza è che è stata scritta l'ennesima brutta pagina della politica italiana; anche quello di Renzi assomiglia sempre più ad un governo di slogan e di proclami, senza risultati tangibili e, cosa ancora più grave, fatti in nome di un giovanilismo che invoca la carta d'identità, ma sembra assolutamente digiuno delle regole istituzionali che governano la vita di uno Stato democratico.

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