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L'umile Gesù si fa battezzare dal cugino Giovanni

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Alessandro Meluzzi*
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Questa Domenica si conclude il tempo liturgico del Natale, tempo in cui la Chiesa e l'umanità sono state chiamate a meditare sul mistero dell'Incarnazione. Il mistero di Dio che si fa carne e uomo, affinché quella persona -che è ben più di un'ideologia o di un pensiero- sia la parola definitiva del Padre agli uomini. La parola definitiva di Dio agli uomini è un uomo vero e proprio in carne e ossa, bambino, poi adolescente e adulto. E infine mistero glorioso del Crocifisso. La vera sfida paradossale del Cristianesimo non è che un uomo crocifisso sia risorto. In fondo di morti resuscitati è piena la storia delle religioni ma la vera grande sfida è che il Risorto -cioè l'uomo glorificato per l'eternità- è il crocifisso: cioè che molti valori su cui ognuno di noi e ogni popolo tende a fondare la propria esistenza possano essere risvoltati come un calzino. Ognuno di noi cerca almeno nella maggioranza delle fasi della vita il benessere, l'autorealizzazione, la ricchezza e il potere anche al prezzo della disonestà e sopraffazione uomo sull'uomo. La cronaca di questo nostro tempo, ma in fondo di tutte epoche, gronda di questa tragica constatazione. Talvolta la dimensione che questa violenza della storia assume è terribile, come nelle guerre o nelle aberrazioni più gravi della cronaca e della quotidianità, altre volte però ha invece semplicemente il sapore di una quotidianità appiattita e stupefatta, quella che faceva contemplare ad Hannah Arendt al processo di Norimberga i gerarchi diventati domati prigionieri come manifestazioni di quella banalità del male che sembra infliggere le nostre vite. Una banalità del male che a volte assume la dimensione agghiacciante di tre omicidi fatti con un tagliacarte per rubare cento euro o di un padre che uccide di fronte al fallimento del proprio bilancio famigliare figlia, moglie e suocera per poi togliersi la vita. Amiamo contemplare orrori estremi per rassicurarci sul nostro piccolo male di vivere, un male forse per il quale non uccideremmo mai nessuno ma in cui non ci lasciamo coinvolgere davvero dal dolore e dalla morte degli altri. Il Vangelo di questa Domenica (Mt 3,13-17), ricordando il battesimo di Gesù al Giordano, ci lascia tre sguardi. Primo, questo popolo va dove il Battista -cugino e precursore di Gesù- annuncia la fine dei tempi e la necessità di purificarsi. Ma che la fine dei tempi sia prossima o no, quella della nostra vita personale, per quanto siamo longevi, è comunque imminente. Il secondo sguardo ci dice dell'umiltà profonda di Gesù, che obbliga il Battista a battezzarlo nonostante la riluttanza di colui che già l'ha riconosciuto come assai più grande di lui. E davvero se non impariamo a farci piccoli non entreremo da nessuna parte e men che mai nel Regno dei Cieli dove pare che la porta sia tanto piccola da farci passare solo coloro che hanno la statura di un bambino. Terzo, la voce possente del Padre e la presenza dello Spirito che ci ricordano che Gesù non è un eroe personale ma è la manifestazione concreta della "tripersonalità" di Dio nel cosmo e tra gli uomini. Un padre che è padre perché genera eternamente il figlio. Un figlio che è tale perché riceve da Lui la generazione e l'amore e che si offre nella totalità fino all'abbassamento dell'incarnazione e della croce. E uno spirito che personifica la forza di quella reciprocità tra l'amante e l'amato, tra il Padre e il Logos, parola di dio fatta carna, come a mostrarci che tutto nell'umano e nel divino non è una cosa, un oggetto, un meccanismo, una potenza autonoma ma è una relazione e un rapporto. Un rapporto in cui Tu sei perché Io sono e Io sono perché Tu ci sei. Senza di Me non ci saresti neanche Tu e Io senza di Te non esisterei. Quante volte tra mariti e mogli, tra genitori e figli, dimentichiamo il principio fondativo dell'umano ma anche, come ben si vede, nel divino. Il battesimo di Gesù ce lo ricorda.  * Fondatore di Agape Madre dell'Accoglienza e portavoce della Comunità Incontro Con la collaborazione di Andrea Grippo