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Se il burocrate sonnecchia

Fernanda Fraioli
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Chi non ricorda la simpatica Piperita Patty, la compagna di Charlie Brown, nata dalla matita di Schultz, che crolla sempre sul banco? Personaggio atletico, poco femminile e poco portata per la scuola dove sistematicamente consegue brutti voti anche a causa della sua tendenza ad addormentarsi in classe. Viene da pensare che proiettata nel mondo del lavoro, l'atteggiamento che l'ha contraddistinta nella striscia a fumetti dei Peanuts, continui a caratterizzarla anche da adulta. A seconda, però, della sua collocazione geografica, potrebbe continuare a collezionare votacci come a scuola, oppure essere valorizzata come un'encomiabile stacanovista del proprio lavoro. Noi occidentali siamo poco propensi a questa seconda soluzione tanto da avere già preconfezionata la definizione di scaldasedie per chi le assomiglia. Non così ovunque. In Giappone, invece, dormire sul lavoro è considerato un merito per l'intrinseco significato che ha di attaccamento ad esso, tanto da avere uno specifico termine che lo definisce, senza esitazioni o imbarazzi. L'inemuri - questo il nome della tecnica - consiste nell'usanza di assopirsi nei luoghi pubblici che denota, non già scarsa produttività, come noi infidi occidentali potremmo pensare, bensì un incantesimo, posto che comporta il "dormire stando presenti", come recita la traduzione più appropriata del termine. Stiamo tutti sorridendo, profondi conoscitori del nostro intimo ed effimeri della filosofia nipponica del tempo che, invece, contempla la capacità di fare più cose simultaneamente, compreso il sonnecchiare in ufficio come, in generale, in pubblico. Fare tante cose contemporaneamente, magari con vigore limitato, è molto apprezzato perché indice, non già di inoperosità, ma di attaccamento al lavoro. Quindi se il collega si addormenta alla scrivania noi siamo molto sorpresi, sbigottiti e richiamiamo l'attenzione di chi non si è accorto, magari per schernirlo e subito affibbiargli l'epiteto tra i più altisonanti in termini di scansafatiche. Oppure se il marito, ad una cena con nostri colleghi si addormenta, diamo energicamente di gomito fino a sfinirlo e, esauste dai vari tentativi per rianimarlo, cerchiamo di guadagnare la strada del ritorno durante la quale lo sfortunato consorte ha di che pentirsene amaramente. Naturalmente lui lo avrà fatto per noia, stanchezza, disinteresse per tutte quelle chiacchiere da ufficio o perché poco interessato al gossip su persone a lui totalmente estranee di cui nulla o poco conosce per poter partecipare all'eloquio che invece ha tanto infervorato gli altri. Non importa, secondo la nostra mentalità non deve e basta. Ed invece, secondo la filosofia giapponese, è da lodare perché nel primo caso i colleghi lo considerano attaccato al lavoro; nel secondo pregevole in quanto ha preferito addormentarsi stando però presente, piuttosto che accomiatarsi in anticipo, magari sopraffatto dai medesimi sentimenti di noia, stanchezza o fastidio. È certamente difficile per noi capire, ma ancor prima cercare di non sorridere nel leggere il criterio ispiratore della filosofia inemuri così lontana dalla nostra mentalità. Ma se ci soffermassimo a riflettere, oltre ad essere un metodo per evitare vibranti ramanzine della consorte al ritorno dalla cena alla quale proprio non si voleva andare, ma si è stati costretti a partecipare, potrebbe essere anche un valido mezzo deflattivo del contenzioso lavorativo. E, ora che si è da poco rientrati dalle ferie, è da valutare attentamente.