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In attesa di giudizio

Fernanda Fraioli
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Giuridicamente in attesa di giudizio c'era quello che considerava l'omicida della moglie, ma di fatto, c'era lui. Il giovane marito di Vasto che ha ucciso con tre colpi di pistola ha ritenuto di farsi giustizia da solo per poca fiducia in quella costituita e nella convinzione che i tempi biblici che filtrano dalla cronaca giudiziaria riguardassero anche il suo caso. In realtà, come dichiarato dal locale procuratore della Repubblica, nell'arco di soli 110 giorni - poco più di tre mesi - le indagini sono state chiuse e forse il rinvio a giudizio del giovane era vicinissimo.Ma per chi non conosce il diritto processuale e non bazzica le aule di giustizia, appaiono sempre troppi, insopportabili e forieri di nulla di buono.Ad aggiungere, forse, legna al fuoco anche la convinzione che avrebbe fatto ben poco di detenzione uscendone subito dopo o, peggio ancora, che tra attenuanti e colpe riferite all'indirizzo della vittima, la facesse franca senza neppure transitare per le patrie galere. Il fatto, poi, che il ragazzo fosse a piede libero, di sicuro, non lo aiutava. Certo, non c'erano gli estremi per detenerlo in attesa del giudizio, ma la non conoscenza delle condizioni che legittimano l'adozione di una misura restrittiva, da parte di chi non mastica di diritto, era supportata dalla rabbia smisurata, indice della convinzione che lo Stato non ha sentore dei sentimenti del popolo sovrano in nome del quale amministra la giustizia.A completare il quadro di questo scollamento tra fruitori ed amministratori del servizio giustizia, che ha un tempio dedicato al suo esercizio, l'utilizzo smodato dei social che si è impunemente sostituito all'ordine costituito, consentendo ampio sfogo all'incitamento ad agire in modo autonomo, fissando termini e modalità di intervento ritenuti più rapidi e duraturi di quelli dell'autorità giudiziaria. In un aula di tribunale tutto questo non sarebbe successo.Il giudice non può consentire cori da stadio, sostenimenti urlati e richiami storici capaci di galvanizzare gli animi più facinorosi, come, invece, accaduto sui social dove è stato dato libero sfogo a tutti, soprattutto dopo il riferimento dell'omicida al Gladiatore. Non solo. Riporta la cronaca che l'omicida è stato addirittura informato, mentre era intento a disputare una partita di calcetto sulla localizzazione della vittima che è stata raggiunta con la massima sicurezza, da un soggetto che, potrebbe, così, essersi reso vagamente complice del delitto. Una sorte migliore dell'omologo della finzione cinematografica che ripropone le gesta del valente generale Massimo Decimo Meridio dove Cicero, devoto servitore, dopo avergli riferito che il suo esercito accampato ad Ostia gli era rimasto fedele, soccombe sotto le frecce scoccate dai pretoriani, davanti agli occhi impotenti dello stesso generale che, al contempo, viene catturato.Al collaboratore dell'omicida andrà sicuramente meglio perché non perirà nelle patrie galere, ma di certo, sarà sfiorato dall'accusa di complicità, gravida di conseguenze troppo superficialmente sottovalutate. Sarà anche vero che Commodo subì la c.d. "damnatio memoriae", come narrato dalla Historia Augusta ove è scritto dell'esortazione a tenere le statue rovesciate, nonchè a cancellarne del tutto il ricordo, ma altrettanto vero è che in questa storia i perdenti sono molti di più. Per questo insano gesto, ad ora le vittime sono tre a cui vanno ad aggiungersi almeno i componenti delle rispettive famiglie, auspicando di fermare la conta.