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Tra la vita e la morte

Fernanda Fraioli
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Lei lottava contro la morte, loro contro la vita. Nessuno c'è riuscito, ma tutti si sono affidati alla rete. L'istinto di conservazione è qualcosa di primordiale ed innato in tutte le specie animali. E l'uomo non fa eccezione. Forse non tutti. Sono notizie simultanee di questi giorni quella della morte di Giorgia, la ragazza che aveva raccontato la sua malattia sui social, e la fine ingloriosa dei tre basejumpers che sulle montagne italo-francesi hanno infranto il vecchio sogno dell'uomo di volare. Stridono orribilmente le due notizie, riportando al motto popolare "chi ha denti non ha pane". Lei aveva postato su Instagram il referto medico, che mostrava un chiaro peggioramento del suo stato e, scrivendo direttamente al cancro che l'aveva colpita, diceva: "Non sono nata perché tu a 23 anni mi portassi via. C'è il mondo là fuori, una vita che mi aspetta, tante persone che mi vogliono bene. E tu non sei nessuno per rovinare le nostre volontà. Ti è chiaro? …. Io non voglio morire adesso…". Loro postavano le ardite imprese al grido di "oggi si vola con me", visto che la prodezza era fatta sistematicamente oggetto di condivisione in diretta Facebook. È diventata notizia quasi quotidiana quella di qualche basejumper schiantato contro qualcosa, albero, roccia o crepaccio che sia. L'ultimo in ordine di tempo è stato il terzo di una serie ravvicinatissima di giovani neppure trentenni che si è schiantato in Svizzera in diretta nello scorso mese. La lista è però ben più lunga. Dall'inizio dell'anno sono 30 di cui 23 soltanto durante l'estate, mentre nell'arco di 35 anni se ne annotano 306. Numeri che secondo la "Base fatality list" sono ineluttabilmente destinati ad aumentare. Per chi ha l'umano timore di molto meno - che va dall'elevata velocità di una comunissima autovettura, a quello di salire su un aereo, una moto o un offshore che sia - è incomprensibile. Senza essere fini studiosi e conoscitori della mitologia greca, a tutti è noto, quantomeno nel nome, Icaro identificato nell'uomo che volò troppo vicino al sole. Anche Icaro, che si trovò a volare unicamente perché l'illustre genitore escogitò il rimedio per fuggire dal labirinto cretese, subì l'infausta fine giacché si fece prendere dall'ebrezza del volo, nonostante le raccomandazioni paterne di non volare troppo alto in quanto la cera che univa le piume si sarebbe sciolta al sole. Quello di Icaro e Dedalo forse non è indicato come parallelo perché la morale del loro mito richiama il senso della regola e della trasgressione, mentre qui ci sono soltanto uomini adulti che deliberatamente si dedicano a sport estremi di cui il volo con la tuta alare è, forse, la massima espressione. Ad accomunarli è, però, l'emozione del rischio per una delle più grandi ambizioni dell'uomo per qualcosa di cui non ha mai avuto il possesso, come le ali. Grandi altezze e velocità supersoniche che neppure lontanamente appartengono alle possibilità umane. Uomini che non conoscono quell'emozione presieduta primariamente dall'istinto che è la paura dettata dalla tensione verso la sopravvivenza ad una situazione di pericolo che si presenta ad ogni possibile rischio di mettere a repentaglio la propria incolumità. E, quindi, ancora una volta è bene scomodare qualche poeta o scrittore dell'antichità che giustamente parlava di "aurea mediocritas" laddove a mediocritas non si dava una connotazione negativa come nel lessico contemporaneo, ma il significato di equilibrio in ossequio al detto latino, sempre preso a prestito da Orazio, "est modus in rebus", che richiama, molto semplicemente, il senso della misura.