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Le Olimpiadi della bellezza

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Jacopo Barbarito
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Le Olimpiadi - sin da quando iniziarono nel 776 a.c. in Grecia - sono l'evento sportivo che vede competere i migliori atleti. A differenza di quelle che si disputavano ad Olimpia, le odierne sono estese a tutte le discipline sportive dei cinque Continenti, nonchè alle donne che, insieme agli schiavi, ai barbari, agli assassini ed ai sacrileghi erano rigorosamente escluse dalla partecipazione. Oggi, però, sembrano più una passerella di bellezza. È stata la statuaria Gisele Bundchen a stimolare considerazioni sull'avvenenza, poi, per una sorta di par conditio, è venuto il taekwondoka portabandiera di Tonga che ha oscurato tutti, diventando, all'istante, una star della rete che l'ha eletto sex symbol dei Giochi. Entrato vestito di soli gonnellino, infradito e una montagna di muscoli cosparsi di olio, ha oscurato, sia gli altri atleti, tutti rigorosamente in divisa, sia la stessa Gisele che avendo mostrato soltanto uno spacco inguinale, è stata istantaneamente archiviata. Non così, per altre atlete che, non rispecchiando i canoni della bellezza, sono cadute sotto la scure di titoli poco commendevoli, tanto da determinare perfino le dimissioni del giornalista. Qualcun'altra, come la portiera della squadra di pallamano dell'Angola, con intelligenza, ha liquidato le considerazioni nei confronti dei suoi 98 kili, dichiarandosi ben felice perché riesce ad occupare tutta la porta, a differenza delle avversarie magre che faticano a respingere i tiri. Ma questo attento screening di doti avulse dall'abilità, non ha riguardato atlete che sono arrivate da Siria, Libia, Mongolia, ma anche Europa e Stati Uniti, vincendo malattie, guerre, pregiudizi, abusi e sessismo. Hanno gareggiato per i diritti, ora lo fanno per i giochi: questi non sappiamo se li vinceranno, ma sul podio più alto per i primi ci sono salite. Eppure di loro non si è parlato. Nell'ordine, Yusra Mardini è una siriana fuggita dalla guerra su un gommone naufragato a Lesbo dal quale tuffandosi ha salvato tutti i compagni di viaggio. Arrivata in Germania, ha ripreso a nuotare. La mongola Soronzonboldyn Battsetseg il cui nome sembra un destino perchè nella sua lingua significa "fiore indistruttibile", nel 2010 è stata la prima donna a vincere i campionati mondiali di lotta del suo Paese dove questa disciplina è riservata solo agli uomini. Sarah Al Hattar ha sfidato le norme religiose del suo Paese, che alle donne vieta anche lo sport, facendogli capire che praticarlo non è mancare di rispetto alla religione. Corre con il velo, gambe e braccia vestite, come richiesto dalle autorità saudite, con una divisa ideata dalla mamma. Era l'unica nel 2012, quest'anno ci sono anche una judoka, una fiorettista ed una 100 metrista. Daniah Hagul è l'unica nuotatrice libica, ma per potersi allenare ha dovuto lasciare il suo Paese distrutto dai conflitti, la cui opinione pubblica l'ha spesso osteggiata perché, per nuotare, scopre il suo corpo. Lo ha fatto grazie al crowdfunding online e spera che le altre connazionali la imitino. Ibtihaj Muhammad è la prima musulmana della squadra statunitense di scherma, gareggia con l'hijab e si allenava anche durante il Ramadan. Ha dichiarato che per lei la fede è una priorità e che il suo è un esempio di perseveranza e dedizione. Inge Dekker, nuotatrice olandese plurimedagliata che ha vinto in vasca, tante volte ma che la vita voleva sconfiggere con un cancro lo scorso febbraio. Aveva promesso di battere anche lui e ce l'ha fatta, ora a Rio scende in vasca nei 100 farfalla e nella staffetta 4x 100. Non è bellezza questa?