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L'ammirazione che unisce nel dolore

Fernanda Fraioli
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Stesso diverso dolore. Un ossimoro e pure cacofonico. Siamo abituati a dire stesso, identico qualcosa. In questo caso no, stesso qualcosa, differente dolore per due madri accomunate dalla perdita di un figlio per mano altrui. Da madri, si trepida quando il figlio è piccolo. La cronaca ci ha abituato ai rapimenti da parte di malintenzionati o squilibrati ed in questi casi il sentimento è di pietà, nel senso più usuale del termine, di un impulso che induce amore, compassione e rispetto per questo dolore. Quando il figlio è un uomo, al massimo, si teme la concorrenza di un'altra donna, non un rapimento. Eppure alla signora Regeni è successo. E così a tante altre mamme che, però, sono rimaste nell'ombra, fuori dai riflettori dei media. Allora in questo caso i sentimenti sono diversi. "Cara mamma di Giulio, ti ammiro: tu hai rivisto tuo figlio e, scusami, ti invidio per aver potuto rivedere tuo figlio, anche se questo incontro è stato tragico. Tu almeno l'hai rivisto ed hai avuto una certezza, hai conosciuto il suo destino". È l'estrema sintesi di una lettera che ha scritto alla sig.ra Paola una mamma egiziana che da oltre mille giorni non ha più notizie del figlio. Fattasi portatrice dei sentimenti di mille altre madri, si è dichiarata disposta a rivedere i propri figli "anche se fossero avvolti in un vestito bianco, macchiato del loro stesso sangue, anche se fossero presentati alla Procura con il volto tumefatto dalla tortura subita ed anche se li vedessimo condotti all'impiccagione... Ma almeno vorremmo rivederli". Già perché queste centinaia di ragazzi non soltanto non sono più tornati a casa, ma non se ne ha più notizia e le loro madri desidererebbero trovarsi nella posizione della signora Regeni. Con invidia, fatta di condivisione della tristezza e dell'amarezza dell'evento che unisce queste donne nel loro ruolo di madri; di invidia per il coraggio "nel presentare le tue richieste determinate"; di invidia per "questo interesse del tuo governo per la causa di tuo figlio" e di invidia "per aver potuto rivedere tuo figlio, anche se questo incontro è stato tragico". "Tu almeno l'hai rivisto ed hai avuto una certezza, hai conosciuto il suo destino e la tua angoscia si diraderà con il corso della giustizia contro i suoi assassini", continua ancora la lettera. Che l'invidia sia benevola c'è la conferma in chiusura ove leggiamo "Signora Regeni, io e altre centinaia di mamme egiziane ti diciamo che i nostri cuori sono con te, ti esprimiamo le nostre condoglianze e siamo al tuo fianco, le nostre mani stringono le tue... E' tutto quello che possiamo fare, ti diciamo che la causa di tuo figlio è la nostra e ti diciamo anche che la causa dei nostri figli è nelle tue mani. La scoperta della verità nella causa di Giulio riporterà a noi i nostri figli e i nostri diritti. E ti diciamo anche che i nostri cuori si calmeranno soltanto quando tu e la tua famiglia otterrete giustizia". Una madre darebbe la propria vita per il figlio. Queste hanno solo la possibilità di invidiare. Umanamente, però, proprio come riteneva il filosofo Kierkegaard a proposito del rapporto tra invidia e ammirazione: "l'invidia è ammirazione segreta. Una persona piena di ammirazione che senta di non poter diventare felice abbandonandosi, sceglie di diventare invidiosa di ciò che ammira. L'ammirazione è una felice perdita di sé, l'invidia un'infelice affermazione di sé", nell'estremo tentativo di livellare le posizioni per nascondere l'inferiorità della propria non voluta, né cercata posizione di inferiorità per mano altrui.