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La vignetta di Vauro e la violenza sulle donne

Fernanda Fraioli
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In questi giorni in cui il tema delle violenze subite dalle donne tedesche ad opera di extracomunitari occupa le principali pagine di quotidiani e notiziari, ha trovato asilo anche una polemica tutta nostrana su una vignetta del notissimo disegnatore satirico Vauro Senesi. "Europa. Dopo i fatti di Colonia uno scatto di orgoglio, le nostre donne ce le stupriamo noi" recita la didascalia della vignetta pubblicata sul Fatto Quotidiano che ha fatto infuriare una serie di persone, scatenando le contrapposte fazioni. I detrattori hanno pensato bene di gridare ad "uno schiaffo di Vauro alle vittime dei fattacci in Germania", peraltro bollandola come una "tassa inevitabile", come l'ha definita Libero, dopo averla ritenuta una vergogna, uno sfregio alle donne interessate o come incapacità di "avere la decenza di tacere nemmeno davanti agli stupri", come invece, scrive Il Giornale. Ciò dimostra che ad una questione di indicibile importanza si sia data una colorazione politica perché la sinistra è storicamente a favore degli immigrati e la destra, altrettanto storicamente, contro. Ed invece non è questo, pena la banalizzazione di un problema che tocca profondamente l'animo umano e distoglie dall'unico punto di interesse. Astraendo per un attimo da Vauro che, piaccia o non piaccia, è dichiaratamente di sinistra e, pertanto, non apprezzato dalla fazione opposta e resta comunque un bravo vignettista satirico italiano, anche se ad alcuni benpensanti a volte fa storcere il naso, in questo caso ha ben evidenziato un aspetto che, stranamente, non è emerso nel dibattito di questi giorni. E cioè che la violenza sulle donne, sotto una qualunque delle forme di stupro, non è monopolio degli extracomunitari, ma del rappresentante dell'altro sesso appartenente alla sottospecie degli insulsi. Sottospecie del genere umano di cui anche il nostro Paese ha di che vantarsi. Lo dicono i numeri che, nonostante la regolamentazione per legge dello stalking o l'elevazione dello stupro al rango di reato contro la persona, solo per citarne alcuni, ancora vanta uno dei tassi di femminicidi più elevati d'Europa. Quindi, a questo punto, come non essere d'accordo con la scrittrice Simona Meriano, autrice di "Stupro etnico e violenza di genere" che dice con molta chiarezza una santa verità? "Lo stupro è sempre un mezzo per ripristinare o ribadire un potere, maschile. Farne una questione etnica, riconducibile alla sola contrapposizione noi/loro e dimenticare le vittime significa perpetrare il continuum della violenza". E, ricondurre tutto ad un conflitto etnico e politico, proprio come si sta facendo in questi giorni, significa perdere di vista il vero punto del problema: le donne, ponendole sul medesimo piano dell'automobile o di un qualunque altro oggetto di proprietà che non deve essere toccato perché è nostro. Ciò premesso, allora, che differenza fa l'etnia del molestatore quando anche in casa nostra ce ne sono a bizzeffe e nessuno se ne occupa fino a quando il reato non viene rubricato come omicidio? Ma soprattutto perché non si cominciano ad arginare quei comportamenti quotidiani sintomatici della violenza che non arriva alla carnale semplicemente perché il molestatore ha una posizione di rilievo sociale che ritiene di essere di ostacolo ad un'azione del genere, ma pone in atto con una sistematicità inverosimile, anche semplicemente sogghignando e dando di gomito al vicino come un perfetto idiota mentre una donna parla, ad esempio in una riunione di lavoro?