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Bologna, manichino di Giorgia Meloni appeso a testa in giù riapre scenari che parevano essersi chiusi anni fa

Christian Campigli
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Un gesto tanto brutto quanto potenzialmente pericoloso. Che apre scenari che parevano essersi chiusi molti decenni fa. Quando la lotta armata e gli anni di piombo terminarono. Durante una manifestazione dei collettivi, tenutasi a Bologna contro il governo, è apparso un manichino raffigurante Giorgia Meloni appeso a testa in giù. “Siamo di fronte ad un pericoloso e inaccettabile segnale di violenza. Nessuno, nemmeno chi siede nelle aule istituzionali e ha fomentato odio contro la destra per raccattare qualche voto, può esimersi dall’indignarsi. Oggi prendono di mira il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ma in questa spirale domani potrebbe accadere a chiunque altro. Adesso Pd, sinistra e M5s, si degnino almeno di condannare questa vergogna”, denuncia il deputato di FdI, Giovanni Donzelli.

 

 

L'immagine è stata pubblicata sulla pagina Facebook del Laboratorio Cybylla insieme a un lungo post di spiegazione del vergognoso gesto. “A pochi giorni da un decreto anti-rave ci troviamo nuovamente ad invadere le strade di Bologna. È facile attaccare mediaticamente la movida, la socialità per privarci della nostra libertà di creare antagonismo. Oggi a suon di musica attraversiamo le strade di Bologna con i nostri corpi liberi e indecorosi per ribadire che il mondo è nostro. Ci viene detto che il diritto all’aborto non verrà toccato, ci viene detto che verranno erogati sussidi economici per assicurare il diritto ad essere madre ma contemporaneamente viene attaccato e ridimensionato il reddito di cittadinanza, ci viene detto che i diritti civili sono già abbastanza, ma in maniera celata subiamo continui attacchi all’aborto, alla libertà di scelta e di autodeterminazione. Tra poche settimane per l’inaugurazione del Tecnopolo e di uno tra i cinque computer più potenti al mondo arriverà in città Giorgia Meloni. Ma non sarà mai la benvenuta a Bologna e da nessun'altra parte. I nostri corpi sono schierati qui oggi per lanciare un segnale ben preciso: non è questo il progresso che vogliamo, non è questa la rappresentanza femminile che vogliamo e, soprattutto, non è un’oppressione camuffata da libertà e tutela quello che vogliamo ottenere. Da oggi il vento cambia, vogliamo una vita bella, ci prendiamo tutto”. Parole inquietanti, che rimandano alla mente le folli idee della lotta armata degli anni Settanta.