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La lettera di Letta al Pd, un'autodiagnosi amara: il partito non è stato attrattivo

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Pietro De Leo
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La lettera agli iscritti del Pd con cui Enrico Letta ha stabilito alcuni punti del percorso rifondativo mette in luce una criticità vera: il partito non è stato in grado di essere attrattivo, sul piano elettorale, al di là del proprio recinto ideologico. Il che contiene un’autodiagnosi del Segretario assai amara, che si estende all’essenza di un percorso ben poco evolutivo intrapreso dalla sinistra negli ultimi 30 anni. Quando, all’assemblea nazionale, il fu golden boy del prodismo aveva espresso il proprio discorso programmatico, era stato capace di proporre una piattaforma, certo orientata culturalmente, ma comunque calata nelle complessità del mondo che viviamo (destinate poi ad ampliarsi nei mesi seguenti). Nella prassi della guida del partito, però, quell’orientamento iniziale è stato ben presto abbandonato nel corso dei mesi, preferendo l’adagiarsi sui retaggi ideologici del politicamente corretto. Tutto è diventato esponenziale, poi, durante la campagna elettorale, con il continuo richiamo alla minaccia autoritaria in caso di vittoria del centrodestra, la tamburellante delegittimazione della leader dello schieramento avversario, Giorgia Meloni, e sul piano economico la scivolata sull’aumento della tassa di successione.

 

 

Tessere che hanno composto il mosaico di una sinistra sempre uguale a se stessa negli ultimi 30 anni. Dopo la caduta del muro, infatti, al contrario delle forze d’area di altri Paesi (basti pensare a Francia, Germania e Inghilterra), in Italia la geneaologia Pds-Ds-Pd non è stata in grado di completare un’evoluzione socialdemocratica, preferendo le scorciatoie delle suggestioni: giustizialismo, questione morale cosparsa a tonnellate (con l’effetto collaterale di un moralismo autolesionista), ideologia arcobaleno, multiculturalismo e “porte aperte” per l’immigrazione. Sul piano economico, un’eccessiva normofilia in un Paese che dalle regole viene zavorrato.

 

 

Si tratta di un’intelaiatura programmatica e valoriale già poco competitiva di per sé (e infatti il Pd non vince una tornata di elezioni politiche dal 2006, per quanto anche allora piuttosto di misura), sicuramente catastrofica in un momento come quello attuale, dove la crisi derivante dallo sconquasso inflazionistico e dai problemi sull’energia, non si affronta con gli asterischi al termine degli aggettivi, ma offrendo soluzioni senza alimentare lo scontro sociale tra imprese, lavoratori e disoccupati. Ripartire proprio da questa riflessione potrebbe essere un’autocoscienza benefica per un Pd in cerca di un autore e di un copione, cui potrebbero, ovviamente, essere utili gli intellettuali d’area. Se solo, anche loro, si prendessero una pausa dalla criminalizzazione del centrodestra e dagli allarmi su pericoli che oramai esistono solo sui libri di storia.