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Livorno, protesta contro lo chef Borghese: "Lavorare gratis in un ristorante è sfruttamento. Qui non sei il benvenuto"

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"Lavorare gratis in un ristorante non è "gavetta", ma sfruttamento". Livorno non accoglie positivamente Alessandro Borghese. Lo chef, infatti, è in città da ieri - mercoledì 8 giugno - per girare alcune riprese per Quattro Ristoranti, e il sindacato Usb è andato duramente all'attacco di quello che ormai è uno dei personaggi televisivi di punta di Sky, oltre che noto ristoratore. Così, in varie zone di Livorno sono stati affissi alcuni striscioni di protesta: "#cercasischiavo #maipiùsfruttamento Chef Borghese: il lavoro si paga sempre. A Livorno non sei il benvenuto".

 

 

Il perché della protesta è spiegato dallo stesso sindacato sulla pagina Facebook, dove sono state pubblicate le foto degli striscioni. "Borghese qualche mese fa esordì con alcune frasi in difesa di quei ristoratori che decidono di non pagare i propri dipendenti in quanto "devono imparare" un mestiere. Vorremmo ricordare a Borghese che il lavoro gratuito (e nel nostro paese esiste in diversi settori) si chiama sfruttamento. Il lavoro si paga, sempre...".

 

 

Nel dettaglio, il ristoratore aveva rilasciato un'intervista al Corriere della Sera nei mesi scorsi, dove aveva rilasciato alcune dichiarazioni che non sono andate troppo giù. "Diciamo che i ragazzi, oggi, hanno capito che stare in cucina o in sala non è vivere dentro a un set. Vuoi diventare Alessandro Borghese? Devi lavorare sodo. A me nessuno ha mai regalato nulla. Mi sono spaccato la schiena, io, per questo lavoro che è fatto di sacrifici e abnegazione. Ho saltato le feste di compleanno delle mie figlie, gli anniversari con mia moglie. Ho nuotato con una bracciata sempre avanti agli altri perché amo il mio mestiere. La pandemia ha lasciato il segno, vero, ma ora abbiamo svoltato: i ristoranti sono tornati a lavorare, la gente c’è. I ragazzi? Preferiscono tenersi stretto il fine settimana per divertirsi con gli amici. E quando decidono di provarci, lo fanno con l’arroganza di chi si sente arrivato. E la pretesa di ricevere compensi importanti. Da subito. Sarò impopolare, ma non ho alcun problema nel dire che lavorare per imparare non significa essere per forza pagati. Io prestavo servizio sulle navi da crociera con “soli” vitto e alloggio riconosciuti. Stop. Mi andava bene così: l’opportunità valeva lo stipendio. Oggi ci sono ragazzetti senza arte ne parte che di investire su se stessi non hanno la benché minima intenzione. Manca la devozione al lavoro, manca l’attaccamento alla maglia. Alle volte ho come l’impressione che le nuove generazioni cerchino un impiego sperando di non trovarlo perché, quando poi li chiami per dare loro una possibilità, non si fanno trovare. Mi danno, è frustrante".