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Afghanistan, le conduttrici in tv a volto coperto

Pietro De Leo
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Non pervenute le femministe, le militanti del “Meetoo”, gli e le esegeti della declinazione zelante al femminile. Da ieri in Afghanistan è in vigore una norma, emanata dalla guida suprema Haibatullah Akhunzada, in base a cui è fatto obbligo alle donne di coprirsi del tutto in pubblico. Dunque questa regola si applica anche alle annunciatrici, giornaliste e presentatrici tv. Alcune di loro, nelle quattro reti televisive afghane, avevano provato a ribellarsi al dettame, inaugurandone l’entrata in vigore a volto scoperto. Tuttavia, a quanto riportano i media internazionali il governo avrebbe esercitato delle pressioni sulle aziende che hanno dovuto applicare l’obbligo, ventilando alle ribelli la possibilità di perdere il posto di lavoro.

 

 

In una di queste reti, Tolo news, i dipendenti maschi per solidarietà con le colleghe hanno pubblicato su twitter le foto dei loro volti coperti dalle mascherine. Si consuma, quindi, l’ennesima accelerata regressiva dell’Afghanistan di nuovo aggiogato al regime islamico, e a parte la sollevazione sui social per quest’ennesima sterzata, il dibattito pubblico sui diritti stavolta pare ignorare questa degenerazione, che si colloca in un percorso dove le donne vengono occultate, soggiogate, di fatto espulse dalla vita pubblica.

 

 

Da quando i talebani sono tornati al potere, infatti, è stato fatto divieto alle tv di trasmettere prodotti, come film o serie, che avessero le donne come protagoniste, così come i volti femminili sono stati rimossi dalle vetrine dei negozi.  Un altro effetto di un ritiro occidentale condotto con tempi e modalità sbagliati che ha fatto precipitare il Paese in una orribile teocrazia ideologica.