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Berlusconi al Quirinale, la sinistra torna al revival anti Cav che gli elettori hanno sempre respinto

Pietro De Leo
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Magari non si ripresenterà sotto forma di farsa, la storia. Ma di noia mortale sicuramente sì. Perché è stucchevole il revival di antiberlusconismo che la sinistra ha messo in piedi a fronte dell’ipotesi che Silvio Berlusconi possa concorrere, ipotesi del tutto legittima, per la Presidenza della Repubblica. Ecco che, allora, viene ricostruito in fretta e furia il vecchio arco costituzionale. Vanno in panchina, per un attimo, gli strali contro “i sovranisti” o “la destra”. Torna il vecchio armamentario contro il tycoon che volle farsi uomo di Stato. Facendo, ovviamente, ricorso a vagonate di materiale d’archivio. Dall’epica del pentitismo di mafia anti Cav (che sul piano processuale non ha mai portato a nulla) riproposto dal Fatto Quotidiano, all’Espresso che confeziona una copertina con la foto del leader di Forza Italia e titolone eloquente, “Lui no”. Dentro, una quarantina di pagine di narrativa ostile, con articoli anche vecchi di trent’anni, foto d’epoca, il ben noto campionario di mostrizzazione sua e delle persone che, a vario titolo, negli anni si sono succedute a suo fianco.

 

 

D’altronde, non può essere diversamente. Per rianimare un clima vecchio non si può che ricorrere all’antiquariato. E quanto gli effetti possano essere comici lo sa bene Gianfranco Mascia, il sempreverde leader del popolo viola, che ha provato a rinverdire gli antichi fasti dell’epoca dei girotondi martedì scorso ma si è ritrovato con un pugno di nostalgici in piazza. Sì, perché a fare gli ultimi giapponesi quando la guerra è finita e la storia è cambiata è pericoloso.

 

 

Oltre all’applicazione della doppia morale si oltrepassa il senso del ridicolo. Ed in questo sta anche lo stigma del “divisivo” applicato dalla sinistra sul fondatore di Forza Italia, foriero di un certo moralismo (quale leader politico non è divisivo?), in realtà non tiene conto degli ultimi dieci anni di storia. A partire da quando, nel 2011, Berlusconi aderì alla maggioranza che sosteneva il governo Monti, nonostante fosse nata sulle ceneri del proprio disarcionamento per una manovra incoraggiata a livello europeo. Nel 2013, solo il suo ingresso nella maggioranza con il Pd consentì la partenza del governo guidato da Enrico Letta. Ancora, il Patto del Nazareno con Renzi, nel 2014, aveva creato il cantiere per un percorso condiviso di riforme istituzionali, di cui poi l’allora leader Pd, nel frattempo diventato Presidente del Consiglio, sancì la rottura forzando per l’elezione al Colle di Mattarella. E ancora, sempre con l’assenso di Berlusconi ad una temporanea disgregazione del centrodestra fu possibile formare il governo Lega-5 Stelle. E di nuovo sempre al leader di Forza Italia, all’inizio dello scorso anno, si deve l’iniziativa originaria per la nascita del governo Draghi. Di fronte a fatti veri e incontrovertibili, quindi, certe operazioni tardo moralistiche mostrano quel complesso di superiorità istituzionale che la sinistra ha sempre rivendicato e gli elettori sempre respinto