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Draghi al Quirinale e Franco a Palazzo Chigi: il "Patto della lasagna" resuscita la gastropolitica

Pietro De Leo
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Era una costante della Seconda Repubblica, poi andata in pausa quando, dopo la Grande Crisi, deflagrò tutto, e l’irruzione della morigeratezza ideologica, con l’attenzione fondamentalista ai costi che fece la fortuna del M5S, fece riporre padelle e menù. E’ la gastropolitica. Quei passaggi della nostra storia patria che si fanno a tavola. Fasi che si aprono o magari si chiudono tra un manicaretto e l’altro, patti suggellati al tintinnio delle posate. La domenica è stata sconvolta dal presunto “patto della lasagna”, che si sarebbe siglato al pranzo di compleanno di Goffredo Bettini. Il diretto interessato ha smentito contenuti politici di quello che, raccontato da Repubblica, è stato solo un modo per festeggiarsi assieme a persone che stima. Comunque, lo schema in questione prevedrebbe Draghi al Quirinale e Daniele Franco a Palazzo Chigi. Attorno cui si sono ritrovati, ha scritto Repubblica, i neo alfieri della sinistra Italiana con Giuseppe Conte. Non c’era Enrico Letta, in altri impegni politici affaccendato, ma in compenso di Letta c’era Gianni, interlocutore per tanti anni di Bettini dal versante berlusconiano e peraltro demiurgo di un altro patto, quello della crostata, siglato proprio a casa sua tra il leader di Forza Italia e D’Alema oltre vent’anni fa che diede il via alla commissione bicamerale per le riforme.

 

 

E giù, lungo i menù di varia e più o meno pregevole fattura. Ci fu la cena di sardine, pan carrè e Coca Cola a casa di Bossi che sancì, nel 1994, la fine del governo Berlusconi. Al desco Rocco Buttiglione e Massimo D’Alema.  Il quale D’Alema, ai tempi di Palazzo Chigi fece da volano per la celebrità dello Chef Gianfranco Vissani, impropriamente definito il “suo” chef. Non era così, tra i due c’era una semplice amicizia famigliare, ma nell’immaginario collettivo la cosa prese piede. Anzi, un articolo di Repubblica provò pure ad azzardare una sorta di bipolarismo tra Vissani e Antonello Colonna, associando quest’ultimo a Gianfranco Fini. Ed enciclopedica è l’aneddotica della tavola politica berlusconiana, tutta tricolore. Penne tricolori, poi caprese mozzarella pomodoro e basilico, aglio bandito per via dell’alito. Pesce raramente. 

 

 

Pietanze che hanno accompagnato mille e mille vertici lungo le mutazioni del centrodestra. Dal Polo alla Casa delle Libertà, poi il Pdl più lega, decine di cene drammatiche prima degli addii di questo o quel leader. E oggi, quasi trent’anni dopo, con i protagonisti (tranne uno, il padrone di casa), nuovamente cambiati, così come è cambiata la residenza romana del Cavaliere, non più Palazzo Grazioli ma Villa Grande, pare imperversino assai gradite le pere al vin brulè, negli incontri con Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Mentre assai monitorate sono le incursioni in pizzeria di Giancarlo Giorgetti e Luigi Di Maio, non proprio ben viste nella Lega. Al di là di tutto, meglio così. L’Italia è la sua cucina. E se la politica ne trae spunto per le proprie evoluzioni, o involuzioni, non può che far bene all’identità collettiva.