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Ddl Zan, l'esito era scontato: ma il mondo progressista lancia maledizioni

Christian Campigli
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Una partita dall'esito prevedibile. Scontato, almeno per chi conosce bene certe dinamiche parlamentari. Soprattutto dopo che i promotori della legge erano voluti andare allo scontro frontale. Senza mediazione, senza un vero accordo. “O tutto o nulla”. E nulla è stato. Il giorno dopo la cocente sconfitta sul ddl Zan, il mondo progressista si lecca le ferite. E lancia anatemi, accuse e proclami. “Mai più con i renziani” urlano gli esponenti del Pd e quelli del Movimento Cinque Stelle. “Vi avevamo chiesto una mediazione, non l’avete voluta. La colpa è vostra”. Replicano i fans della Leopolda. In uno scenario kafkiano, il centro-destra uscito come un cane bastonato dalle ultime tornare elettorali, esulta come Gianni Rivera. Dopo aver trafitto Sepp Maier con un rasoterra chirurgico, regalando alla nazionale italiana il definitivo 4 a 3 sulla Germania, in quella che è stata definita la “partita del secolo”. La “tagliola”, una pratica parlamentare di cui il leghista Roberto Calderoli è il massimo esperto, anche grazie al voto segreto, è riuscita ad affossare una norma che, associazioni e comuni cittadini attendevano da anni. E che ora, almeno per sei mesi, non verrà nuovamente discussa.

 

 

Che i moderati, da sempre a trazione cattolica, possano essere felici per una legge che avevano definito “una palese limitazione alla libertà di espressione” è ovvio, scontato. Persino prevedibile. E le polemiche sul coro da stadio quando è stato annunciato l’esito del voto sono tanto banali quanto facilmente pronosticabili. Il vero punto è lo scontro interno al mondo progressista. Perché, non serve essere un ragioniere, per capire come qualche voto contrario sia giunto anche da parlamentari del partito democratico. I renziani presenti erano dodici, i  “franchi tiratori” ipotizzati dal Pd sedici. Enrico Letta ha, per l’ennesima volta, sottovalutato Matteo Renzi, la sua tenacia e la sua determinazione, in particolar modo quando si tratta di mettere in pessima luce il suo partito di origine.

 

 

Alla base dell’aspro scontro sul ddl Zan due punti in particolar modo: la definizione di “identità di genere” e l’organizzazione della Giornata contro l’Omotransfobia nelle scuole. Ma la legge sui diritti dei omosessuali e minoranze è stata anche un avvertimento dello scenario che potrebbe manifestarsi a febbraio, quando dovrà essere votato il nuovo Presidente della Repubblica. Il nativo di Rignano ha voluto mettere in chiaro un aspetto: o si trova un accordo con Italia Viva su un nome che piace anche a Maria Elena Boschi e Teresa Bellanova o i nostri voti  potrebbero servire per portare al Quirinale Silvio Berlusconi. Uno scenario da incubo per i dem, che spingono per la proclamazione di Paolo Gentiloni. Sgambetti, ripicche e valutazioni politiche errate. E nel mezzo a questi giochi di Palazzo, i diritti degli omosessuali, portati avanti da una legge fortemente criticata persino da importanti giuristi. Che l’ostinazione di pochi ha trasformato nel dramma esistenziale di molti.