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Il pastrocchio di Letta: con il tutto per tutto sul Ddl Zan si è bruciato la vittoria delle amministrative

Pietro De Leo
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Bravo Enrico Letta, bel capolavoro. Con la smania ideologica di fare all-in sul ddl Zan, il segretario Pd ad appena una settimana di distanza ha dissipato l’esito delle elezioni amministrative, che avevano visto il suo partito primeggiare nelle grandi città (seppur per demerito altrui e per la grande performance di un “alleato invisibile", ossia l’astensionismo). Tutto si disintegra in questo frontale politico che fa cadere giù da un crepaccio il disegno di legge sull’omostransfobia, trascinandosi dietro una serie di evidenti dati politici. Il primo è di contenuto. Enrico Letta aveva fatto del provvedimento un punto qualificante della sua leadership dem. Lo ha sovente messo sul tavolo del confronto, a volte esercitando evidenti forzature rispetto all’agenda del momento, che vede da mesi primeggiare campagna vaccinale e pnrr. E anche rispetto al contesto. Rivendicare il ddl Zan come priorità ha rappresentato, infatti, una mossa divisiva  in aperta antitesi con il clima di unità nazionale, rompendo il già difficile e precario clima di coesione costruito attorno a Mario Draghi. Alimentando le tensioni che poi si sa, in una fisiologica reazione a catena, ne fanno espettorare altre.

 

Ma di questo, Letta non si è mai preoccupato, smanioso com’era di restituire una ragione sociale al disastrato Pd ereditato da Zingaretti. Se si fa di un provvedimento un punto portante del proprio mandato di leadership, e poi quel provvedimento non passa, non si può far finta di nulla. E qui entriamo nelle altre conseguenze, enormi, che questa bocciatura porta con sé. Il Segretario Pd, con una certa ostinazione sconfinata nella protervia, è rimasto pressoché sordo a qualsiasi richiesta di confronto sia per arrivare ad una normativa condivisa con l’opposizione, sia per prendere atto di quei rilievi provenienti da più parti, peraltro diversissime nell’impronta identitaria, dalla Santa Sede all’universo culturale femminista. Tutto questo ha fatto sì che anche nel Pd aleggiasse un certo malcontento sulla legge (dai parte dei cattolici ma non solo), minoritario ma comunque esistente.

 

Oggi il racconto dei franchi tiratori ha istillato il veleno del dubbio e del sospetto in una compagine dem che già faceva molta fatica a ritrovarsi. A chiedere di ridiscutere il provvedimento, inoltre, era stata anche Italia Viva, forza che è (o forse è stata) nelle brame del segretario Dem per costruire quella versione aggiornata dell’Ulivo che partisse da Leu, passasse per il M5S per poi agganciarsi al centro. Ora questo processo, già difficile di suo, sta conoscendo un significativo inghippo nelle recriminazioni vicendevoli (chi ha tradito chi) sull’affossamento del ddl. Insomma, un capolavoro politico di sbagli perfetti. Un assist per i nemici interni e chi attendeva un inciampo per prendersi la rivincita su una segreteria non legittimata da un congresso.