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Chi era Marta Russo, la studentessa uccisa nel caso del "delitto perfetto"

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9 maggio 1997, ore 11:42, università La Sapienza di Roma. Marta Russo, 22enne studentessa di Giurisprudenza, viene colpita alla nuca da un proiettile mentre cammina con un’amica per la città universitaria. Morirà cinque giorni dopo all’ospedale Umberto I. È l’inizio di un caso di cronaca nera che diventerà tra i più importanti della seconda metà degli anni Novanta. In particolare per la difficoltà di capire pienamente la dinamica e il movente degli esecutori materiali del delitto, oltre che per l’enorme copertura mediatica riservata alle fasi processuali. A pagare per l’omicidio della giovane studentessa, con la sentenza di Cassazione definitiva del 15 dicembre 2003, saranno Giovanni Scattone (5 anni e 4 mesi per l’accusa di omicidio colposo e l’aggravante della colpa cosciente) e Salvatore Ferraro (4 anni e 2 mesi per favoreggiamento). Si tratta di due assistenti universitari che tenevano all’epoca alcuni corsi di filosofia del diritto. E che la sentenza finale riterrà responsabili del delitto, effettuato sparando dall’aula assistenti dell’Istituto di filosofia del diritto. I due vennero chiamati in causa da Maria Chiara Lipari, dottoranda dell’Ateneo romano, e in seguito da una segretaria amministrativa della Sapienza, Gabriella Alletto.

 


Ma sarà difficilissimo ricostruire i fatti, e in particolare non si arriverà mai a una definizione piena del movente. Pistola e bossolo non saranno mai trovati, così come non si arriverà mai a definire pienamente il movente. Scartata ogni ipotesi d’indagine relativa a atti terroristici, a azioni mafiose e a vendette trasversali, nelle 969 pagine di motivazioni della Corte d’Assise venne scritto che "sebbene Scattone e Ferraro esplosero un colpo accettando il rischio di attingere un passante", apparisse concreta "la possibilità che Scattone non fosse consapevole di maneggiare un’arma carica" e che Ferraro "dalla posizione da cui si trovava non aveva la visuale della zona dove cadde mortalmente ferita Marta Russo".

 

 

Al centro del caso, soprattutto per le modalità di svolgimento del processo, ci fu un’altra figura, quella della segretaria amministrativa Gabriella Alletto. Quest’ultima offrirà la testimonianza decisiva: "Ho visto Scattone con la pistola in mano e Ferraro mettersi le mani nei capelli in un gesto di disperazione". Alletto venne assolta dall’accusa di favoreggiamento, dato che, come scritto dalla Cassazione, "temeva concretamente, dicendo la verità, di patire grave e inevitabile pregiudizio alla propria incolumità fisica e al proprio onore". Proprio l’interrogatorio della Alletto - che all’inizio mentì con tutti sui fatti, decidendosi a parlare ed accusare i due solo 36 giorni dopo la morte di Marta Russo - fu al centro di numerose polemiche, per l’atteggiamento fortemente inquisitorio del pubblico ministero nei confronti di una persona non indagata. Cosa che portò Alletto a una crisi nervosa durante il dibattito in aula, e spinse addirittura l’allora premier Romano Prodi e il ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick a esprimere le loro perplessità.