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Sono andati al lavoro e non sono più tornati a casa: morti bianche, i numeri di un'ecatombe

Christian Campigli
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Oltre tre morti al giorno. Tre persone che si sono recate in fabbrica, al cantiere o in ufficio e che non sono mai più tornate a casa. Dalla propria famiglia, che li aspettava per cena. Un’autentica ecatombe che, in “una Repubblica fondata sul lavoro” dovrebbe aprire profonde e complesse riflessioni. Dibattiti, proposte e soluzioni. E che, al contrario, riesce a sollevare indignazione nella maggior parte dei casi per un quarto d’ora al massimo. Le denunce di infortunio che hanno portato alla morte di un lavoratore, presentate all’Inail entro il mese di agosto, sono state settecentosettantadue. Cinquantuno in meno rispetto alle ottocentoventitré dello scorso anno. Il confronto tra il 2020 e il 2021, richiede però cautela, in quanto i dati delle denunce mortali degli open data mensili, più di quelli delle denunce in complesso, sono provvisori e influenzati fortemente dalla pandemia. Il settore dell’industria e dei servizi sono gli unici a registrare un segno negativo (-10,4%, da settecentoventuno a seicentoquarantasei denunce mortali), al contrario dell’agricoltura, che passa da settanta a ottantaquattro denunce (+20,0%), e dei dipendenti pubblici, da trentadue a quarantadue (+31,3%).

 

 

Dall’analisi territoriale emerge un aumento nel Sud (da centosessantacinque a duecentoundici casi mortali), nel Nord-Est (da centosessantuno a centosessantasette) e nel Centro (da centoquarantasette a centocinquanta). Il numero dei decessi, invece, è in calo nel Nord-Ovest (da duecentonovantotto a centonovantaquattro) e nelle Isole (da cinquantadue a cinquanta). A fine agosto sono stati dodici gli incidenti plurimi avvenuti nei primi otto mesi, per un totale di ventinove decessi, diciassette dei quali stradali (due vittime in provincia di Bari e due in quella di Torino a marzo, quattro in provincia di Ragusa e due in provincia di Bologna ad aprile, sette in provincia di Piacenza a agosto).

 

 

Due lavoratori hanno perso la vita a seguito di un crollo di un fabbricato in provincia dell’Aquila a marzo, due a causa di inalazione di vapori tossici in provincia di Pavia a maggio, due per esplosione e incendio di un capannone in provincia di Perugia a maggio, due per soffocamento durante la pulizia di una cisterna in provincia di Cuneo a giugno, altri due intossicati da monossido di carbonio sempre in provincia di Cuneo a luglio e, infine, due persone travolte da una lastra di cemento in Valle d’Aosta ad agosto. Lo scorso anno, invece, gli incidenti plurimi registrati tra gennaio e agosto erano stati sei, con dodici casi mortali denunciati, la metà dei quali stradali. Numeri, statistiche, solo apparentemente asettici. Autentici cazzotti in faccia, a guardia abbassata. Cifre e percentuali che nascondono, nella loro incredibile freddezza, il dolore delle famiglie. Di mariti, mogli e figli che hanno perso i loro congiunti. Colpevoli solo di aver voluto lavorare.