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Trattativa Stato-mafia? La vera ferita del Paese è il conflitto fra Politica e Magistratura

Christian Campigli
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Un conflitto irrisolto. Una tensione sotterranea, che ogni tanto riemerge. E provoca scossoni. Autentici terremoti, destabilizzanti per l'architrave di un paese civile e democratico. La clamorosa sentenza nel processo sulla cosiddetta trattativa tra Stato e mafia dimostra come il rapporto tra magistratura e politica sia uno dei grandi temi che nessuno in Italia ha il coraggio di affrontare. Il conflitto nasce dalla convinzione da una parte che gli eletti si ritengano superiori alle leggi. Dall'altro lato della barricata l'idea che giudici e pubblici ministeri vogliano influenzare la vita pubblica a colpi di sentenze. Ribaltando, talvolta, persino il voto popolare. Un'autentica Fossa delle Marianne, tra “manettari” e garantisti, generata nel lontano 1992. Mani Pulite devastò, in modo pressoché totale, un'intera classe dirigente. Importanti, stimati e temuti esponenti di partiti e movimenti che, fino a quel momento, avevano governato per mezzo secolo, rendendo l'Italia la settima potenza del mondo, vennero trovati con le dita nella marmellata. Le tangenti rappresentavano un sistema consolidato. Senza la mazzetta, le aziende non ottenevano l'appalto. Semplice, chiaro e assolutamente illegale. Ovviamente i costi supplementari andavano a ricadere nel computo totale, facendo schizzare il debito pubblico.

 

 

La discesa in campo di Silvio Berlusconi e il “famoso” avviso di garanzia giunto nel 1994 mentre il Presidente del Consiglio presiedeva il G7 a Napoli, fecero traboccare una caraffa ormai strapiena d'acqua. L'accusa ai togati fu quella di indirizzare certe indagini solo in una direzione (Bettino Craxi prima, il creatore di Mediaset poi) e di proteggere la sinistra. Una polemica che si è protratta per tre decenni, con accuse reciproche, insulti e una proposta, quella sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici considerata indispensabile da numerosi politici, offensiva e volta a mettere un bavaglio dalla magistratura. Il caso Palamara, l'ipotesi di una loggia segreta che decide sulle carriere dei pm e influenza i processi più importanti ha riacceso un fuoco, diventato un autentico incendio per colpa (o merito) della raccolta delle firme sui sei referendum voluti da Lega e Radicali prima e della sentenza sul processo tra Stato e mafia poi. Oggi sono decine gli esponenti dei partiti di centro e di destra che si sono espressi a favore della decisione della corte d'assise di appello di Palermo: se Matteo Renzi sostiene che “ha vinto la giustizia, ha perso il giustizialismo”, Antonio Tajani ha sottolineato come “finalmente c'è un tribunale che dimostra quanto è importante essere garantista”.

 

 

Persino Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo, non risparmia critiche. “Trattativa? Sempre avuto dubbi, pm scorretti. Tutte le energie dedicate a questa vicenda giudiziaria potevano essere indirizzate verso altre piste”. In sostanza, Marcello Dell'Ultri non svolse il ruolo di mediatore tra Cosa Nostra e i carabinieri, i militari non tradirono lo Stato, ma usarono l'arma del dialogo con Vito Ciancimino come una comune operazione di polizia, indispensabile per arrivare alla cattura del super boss, Totò “U Curtu” Riina. Per istruire un processo che rischia di infangare il nome stesso dell'Italia servono prove inconfutabili o deve prevalere, in ogni caso, l'esercizio obbligatorio dell'azione penale? Qual è il limite, se esiste, che non deve essere superato? Domande, interrogativi e dubbi che non hanno una risposta certa. In un ginepraio di perplessità, un'unica certezza: il nostro paese ha un bisogno immediato di lacerare quella ferita tra due pezzi dello Stato, aperta nel lontano 1992. E mai rimarginata.