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Donna condannata per minacce social al prete pro-immigrati don Massimo Biancalani: ecco la pena

Christian Campigli
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Una sentenza che stabilisce un significativo precedente. Che apre nuovi scenari e ribadisce, una volta per tutte, come virtuale non faccia rima con impunito. È stata condannata una donna sessantenne, di Sassari, per aver offeso e minacciato di morte su Facebook don Massimo Biancalani, il parroco di Vicofaro, piccolo rione di Pistoia. Balzato quattro anni fa agli onori delle cronache per la sua battaglia a favore degli immigrati. E per i duri scontri con numerosi leghisti, Matteo Salvini in primis. La leonessa da tastiera è stata giudicata colpevole e condannata a otto mesi di reclusione e al risarcimento dei danni, quantificato nella somma di cinquemila euro. Al pagamento dell’indennizzo è legata anche la sospensione della pena, essendo la donna incensurata. Le indagini hanno appurato che la sessantenne non aveva alcun rapporto diretto con la comunità pistoiese. Si era soffermata su alcuni post del reverendo dopo aver letto, sulle cronache nazionali, che il religioso aveva trasformato la propria chiesa in un vero e proprio centro di accoglienza. Dove le condizioni igieniche e sanitarie erano arrivate al limite. Una scelta, quella del parroco, fortemente criticata dalla comunità della cittadina toscana.

 

 

E dal suo sindaco, Alessandro Tomasi. La sessantenne sarda aveva commentato alcuni post su Facebook, usando parole dispregiative e arrivando persino a minacciare di morte don Biancalani. Il tutto tramite un profilo social falso, che non riportava il suo vero nome. Ma le indagini della polizia postale, tramite l’analisi dell’indirizzo ip dal quale si connetteva, l’hanno smascherata in pochi attimi. Si tratta di un precedente importante, che verosimilmente può far giurisprudenza ed essere citato anche nei restanti quaranta processi a carico di persone denunciate per episodi analoghi dal curato. La parrocchia di Vicofaro, fino a quel momento sconosciuta a più, diventò un caso nazionale nell’agosto del 2017, quando venne pubblicata una foto sui social. L’istantanea ritraeva alcuni immigrati africani ospitati nella canonica, portati a fare un bagno dall’ecclesiastico in una piscina pubblica. Quel gesto spaccò la politica nazionale e inasprì il dibattito sui costi dell’accoglienza e sull’opportunità di bloccare le navi Ong. Una polemica che provò spazio su giornali e tv per mesi e che si riaccese quando il prete decise di aprire la “Pizzeria del rifugiato”.

 

Una stanza della canonica adibita a ristorante, nel quale ogni sabato sera dodici stranieri, in due turni, sfornavano pizze. Nessun costo fisso, solo un’offerta in base alla disponibilità dell’ospite. Il tutto senza uno straccio di permesso, in barba alle più elementari norme di igiene e di sicurezza. Poi fu la volta di un paio di arresti, di alcuni ragazzi ospitati da don Biancalani. Spaccio di droga, tenuta nascosta proprio all’interno della struttura religiosa. Il ministro del culto cattolico ogni volta minimizzava e rivendicava il suo dovere-diritto di accogliere i migranti. Diventati, nel frattempo, oltre centoquaranta. Una posizione che politicamente può far discutere, divide e accende gli animi. Ma che, al contrario, non deve mai trascendere nelle offese o nelle minacce di morte.