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Ucciso dalla mafia e sciolto nell'acido, rimossa la statua del piccolo Giuseppe Di Matteo

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Il piccolo Giuseppe Di Matteo diventa un caso anche a distanza di 26 anni dalla sua morte. Il figlio del pentito che Cosa nostra rapì e poi sciolse nell'acido pare non trovare pace neanche da morto. Il motivo? La statua in bronzo che lo ricorda (un bambino vestito da fantino opera dell'artista Nicolò Governali) è avvolta attualmente da un lenzuolo bianco, all’ingresso della Casa del fanciullo di San Giuseppe Jato, sede del Comune. "Il 30 luglio, il commissario della Regione Salvatore Graziano aveva dato il via libera all’installazione, poi nei giorni scorsi ci ha chiamato per dire che dovevamo toglierla. Ma io non ho alcuna intenzione, quella statua resta lì", ha affermato lo zio del piccolo, Nunzio.
 

 

 

Il commissario Graziano non è più a capo dell’amministrazione comunale, perché intanto si sono insediati i tre commissari nominati dal consiglio dei ministri dopo lo scioglimento per il rischio di infiltrazioni mafiose. "Ho subito accolto l’iniziativa della famiglia Di Matteo, ma ci vuole una delibera per sistemare quella statua in Comune, che non è certo una casa privata", ha affermato Graziano a Repubblica. "In questa vicenda non sono stato supportato bene dagli uffici comunali. Ho comunque già parlato coi nuovi commissari. Il tempo di fare tutti gli adempimenti e poi la statua tornerà al suo posto", ha aggiunto. Intanto, la statua resta coperta da un lenzuolo bianco. Con un’ingiunzione di sfratto. "Che pena", il commento dello zio Nunzio.

 

 

Nunzio Di Matteo lavora al Provveditorato Opere pubbliche: andò via dalla Sicilia nel 1988, qualche tempo dopo vinse un concorso al ministero dei Lavori pubblici, è rimasto a Roma fino al 2014. "Io ho preso una strada diversa da mio fratello - le sue parole - ho sempre lavorato, anche da ragazzo, posso andare a testa alta. Il mio impegno è ormai quello di custodire la memoria di Giuseppe". Memoria coperta da un lenzuolo a San Giuseppe Jato, il paese di Giovanni Brusca, il capomafia oggi collaboratore di giustizia (tornato libero) che ordinò la morte del bambino dopo 779 giorni di prigionia. Giuseppe aveva 14 anni.