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Referendum giustizia, successo di firme. Sei quesiti per chiudere una contesa

Christian Campigli
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Centomila firme in quattro giorni. Il referendum sulla giustizia, promosso dalla Lega e dai Radicali, raccoglie consensi numerosi. Per certi versi persino inaspettati, se si considera l'anomala composizione dei due partiti che propongono i sei quesiti e la stagione estiva, non certo quella più adatta per un tema così delicato.

 

 

 

All'interno del Carroccio, che conta di diffondere numeri più dettagliati alla fine di questa settimana, c'è la convinzione di superare il milione di firme. Numerose le adesioni di personaggi famosi. Prima tra tutti quella di Luca Palamara, finito al centro di un autentico terremoto sul rapporto tra magistratura, potere e correnti che governerebbero procure e tribunali. Un intreccio che, da Tangentopoli in poi, è diventato uno dei principali temi di dibattito politico. Finito però, come spesso capita nel nostro paese, in cagnara. Con accuse reciproche tra destra e sinistra, prese di posizioni ideologiche, che non hanno portato a nulla. Da una parte Silvio Berlusconi, che accusava i giudici di essere comunisti, dall'altra Massimo D'Alema e i suoi successori, convinti che il leader di Forza Italia volesse, semplicemente, sottrarsi al giudizio della corte.

Con buona pace dei cittadini, costretti a convivere con i tempi biblici dei processi. Anni fa il Corriere della Sera pubblicò un sondaggio condotto tra i più importanti investitori europei. Tra le prime tre ragioni per le quali non era conveniente fare impresa in Italia spiccava la farraginosa macchina della giustizia civile. Dieci, a volte anche quindici anni per una sentenza definitiva veniva considerato un tempo di attesa assolutamente non congruo ad un investimento a sei o più zeri. Oltre a Palamara, il referendum promosso da Lega e Radicali è stato firmato da Rita Dalla Chiesa, Massimo Garavaglia, Erika Stefani, Giancarlo Giorgetti e Attilio Fontana. Senza dimenticare importanti giornalisti italiani come Augusto Minzolini, Nicola Porro, Alessandro Sallusti, Francesco Storace, Maurizio Belpietro, Paolo Del Debbio, Mario Giordano, David Parenzo e Gaia Tortora. Oltre a loro hanno aderito anche Simonetta Matone, Giulia Bongiorno, Alessandro Vitiello e Massimiliano Fedriga. Una strada, quella referendaria, che al contrario non è affatto piaciuta a Piercamillo Davigo,  che boccia la previsione di una azione diretta del cittadino nei confronti del singolo magistrato. Uno dei protagonisti del pool “Mani pulite” la giudica “inammissibile”.

 

 

Ma quali sono i sei quesiti proposti da Lega e Radicali? Responsabilità civile dei magistrati, separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante, limitazione alla custodia cautelare, abrogazione della legge Severino, abolizione dell’obbligo della raccolta firme per i magistrati che vogliano candidarsi al Consiglio superiore della Magistratura e diritto di voto per i membri non togati nei consigli giudiziari. “Non è un referendum contro i magistrati – ha sottolineato Matteo Salvini - noi vogliamo portarlo avanti con la magistratura, con gli avvocati, con la parte sana della giustizia che rappresenta il novantanove per cento del totale”. Sei interrogativi che, nelle intenzioni dei due partiti proponenti, vogliono chiudere una contesa, quella tra magistratura e politica, iniziata nel lontano 1992.