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Terroristi rossi arrestati in Francia, perché archiviare quegli anni non è possibile

Pietro De Leo
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C’è un’immagine importante, non metaforica ma del tutto realistica, che viene utilizzata dal ministro della giustizia francese su quei militanti del terrorismo rosso italiani arrestati in Francia, dopo una maturata sinergia tra il governo d’Oltralpe e quello italiano.

 

 

 

“Avremmo accettato – ha affermato Erico Dupond-Moretti durante un’intervista radiofonica- che uno degli autori del Bataclan andasse a vivere 40 anni in Italia?”.Poi ha aggiunto: “questi hanno le mani sporche di sangue”. Inoltre ha riportato, di riflesso, un aneddoto che gli è stato raccontato da Marta Cartabia, sua omologa italiana: “Un commissario di polizia fu ucciso in uno studio medico, con cinque proiettili, davanti a suo figlio, un bambino di cinque anni. Questo bambino poi è diventato uomo e un giorno è venuto a Parigi ad assistere ad una partita. Sapete chi c’era alla partita, a qualche metro lui? L’assassino di suo padre”.

Non vanno maturate illusioni. Al di là della volontà politica che il governo francese sta mettendo in campo affinché giustizia vera si compia, il percorso per giungere all’estradizione è molto lungo. Però il ricorso a questo termine di paragone, tra i terroristi rossi che agirono in Italia tra gli anni ’70 ed ‘80 e quelli islamici che ferirono Parigi nel novembre 2015 meglio sottolinea l’attualità del tema. A smentita di quanti, nel generone gauchista francese ed italiano, in questi giorni si sono precipitati con appelli ed interventi a chiedere riconciliazione e perdono.

Termini del tutto inopportuni considerando che non esistono i presupposti sul piano del diritto e del clima storico per poterli realizzare. Sul piano del diritto, va infatti sottolineato che queste persone non hanno scontato la pena, protette da uno Stato straniero ed è certamente rilevante la sofferenza mai lenita delle famiglie che ancora aspettano. Sul piano del clima storico, non è secondario notare che molte pagine di quella storia vanno ancora scritte, molte responsabilità individuate, e non si è mai seriamente indagato su quella rete di complicità attiva che ha consentito a questi individui, macchiatisi di grandissimi reati, di sottrarsi alla giustizia italiana e vivere da uomini liberi in altri Paesi.

 

 

C’è un esempio che definisce questo assai bene. Come raccontato nel 2019 da un ex agente del Sisde all’Adnkronos, nel 1993 una trattativa per riportare dal Nicaragua in Italia a scontare la pena Alessio Casimirri, che fu tra i componenti del commando che assaltò il corteo di auto di Aldo Moro, saltò perchè la cosa fu anticipata da uno scoop de L’Unità. Casimirri, dopo quasi trent’anni da allora, è ancora in Nicaragua. E per meglio comprendere le il fatto che i refoli tossici di quella stagione sono ancora in circolo basta andarsi a rileggere le parole di Barbara Balzerani, brigatista che fece parte del gruppo che gestì il sequestro di Aldo Moro, pronunciate durante un evento organizzata dalla galassia dei centri sociali romani: “siccome non possiamo pensare di non avere ragione o di essere stati sfortunati, è evidente che dovremmo interrogarci sulle ragioni di questa sconfitta, perché fanno male le sconfitte però dalla sconfitta ci si può incamminare verso una possibile ripresa”. Un messaggio agghiacciante. Eravamo nel luglio 2019, non certo una vita fa. E tutto questo conferma che archiviare quegli anni non è ancora possibile.