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Camorra, a Napoli 21 arresti. Altare con le ceneri del baby boss simbolo di potere

Christian Campigli
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Gomorra e Scarface come punti di riferimento. Il mito della ricchezza, da ottenere ad ogni costo. Una scalata sociale da portare a termine non attraverso lo studio, l'impegno e il lavoro. Ma spacciando droga, chiedendo il pizzo e, se necessario, uccidendo chi si oppone. O chi minaccia il territorio conquistato. Duro colpo dei carabinieri al clan Sibillo, uno dei gruppi camorristici del centro di Napoli. I fratelli Pasquale ed Emanuele Sibillo avevano creato una gang che dal 2013 semina il terrore nel capoluogo campano. Sono state arrestate questa mattina, mecoledì 28 aprile, ventuno persone, accusate a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione, ricettazione, spaccio di sostanze stupefacenti, sfruttamento della prostituzione, detenzione e porto abusivo di armi da fuoco con le aggravanti delle finalità mafiose. La caratteristica principale di questo gruppo camorristico è la giovane età degli affiliati. Una quotidianità pressoché identica a quella descritta da Roberto Saviano nel suo terzo romanzo, “La paranza dei bambini”.

Adolescenti pronti a tutto pur di aver soldi e potere. Ma a volte la realtà, seppur incredibile, supera la finzione. Gli uomini in divisa hanno ritrovato anche una sorta di altare al civico 26 di via Santissimi Filippo e Giacomo, costruito dal clan con le cenerei del baby boss Emanuele Sibillo, ucciso a diciannove anni in un agguato nell’agosto del 2015. Il ragazzo perse la vita ad un passo da Castel Capuano, in una buia e stretta stradina soprannominata “vicolo della morte”, roccaforte della famiglia Buonerba, rivale dei Sibillo. Nel corso degli anni quel simulacro è diventato il simbolo del potere assoluto, di vita e di morte e del controllo capillare del territorio da parte della camorra. I commercianti in ritardo col pagamento del pizzo o chi aveva l'ardire di ribellarsi e di rifiutare “la protezione” veniva portato in quella strada. Davanti a quell'altare, dove era presente anche il busto del giovane boss ucciso sei anni fa.

Il procuratore capo di Napoli, Giovanni Melillo, ha raccontato che una volta un negoziante fu trascinato davanti alla statua di Sibillo e costretto a inginocchiarsi. “Sono stati liberati dal pizzo i commercianti - ha spiegato il  comandante provinciale dei carabinieri di Napoli, il generale Giuseppe La Gala – La camorra è forte perché può contare sull'indifferenza e su coloro che, girandosi dall'altra parte, puntano il dito senza far nulla. L'invito è quello di denunciare e affidarsi alle forze di polizia e alla magistratura. Lo scorso marzo - ha concluso La Gala - sono stati arrestati quattro esattori dei Sibillo, grazie alla denuncia di un commerciante. Due di quei quattro sono stati condannati a dieci anni di reclusione, gli altri a otto e sette anni di carcere. Se c'è coesione si raggiunge l'obiettivo”. Un potere, quello delle organizzazioni mafiose, tanto forte in apparenza, quanto effimero in profondità. Perché, come ricordava il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone, “senza lo Stato la camorra non sarebbe potuta esistere”.