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Roma, la mamma è morta da 17 anni: lui continuava ad intascare la pensione

Christian Campigli
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Per diciassette anni ha tirato avanti con la pensione della madre. Peccato che l'anziana signora fosse morta. Il caso emerso questa mattina a Roma, a seguito di un pronunciamento del tribunale capitolino, racconta un universo pieno di disonestà e ipocrisia.

 

 

 

Ma non fa nemmeno sconti ad una burocrazia lenta e totalmente inefficiente. Nel 2000 la donna esalò l'ultimo respiro, quando aveva 99 anni. Il figlio, all'epoca quarantaquattrenne, ha continuato a recarsi all'ufficio postale a ritirare, per lei, la pensione di reversibilità. Esibendo regolarmente il cedolino, visto che la signora non era più in grado di andare alla posta autonomamente. Puntuale, preciso, sorridente, è stato descritto dagli impiegati come il classico bravo ragazzo. Quello che utilizza il proprio tempo libero per dare una mano alla madre.

Un atteggiamento che chiaramente non ha mai messo in allarme nessun impiegato. Al contrario i dipendenti postali lodavano quell'uomo di “sani principi”. Nel frattempo gli anni passavano. Fino al 2017, quando la pensionata avrebbe dovuto avere la veneranda età di 106 anni. Solo in quel momento sono scattate le verifiche incrociate dell'Istituto di Previdenza. In realtà si trattava di una direttiva generica, che riguardava tutti gli ultracentenari. È emerso che in tutto quel tempo dall’amministrazione capitolina non era mai stato trasmesso all’Inps il certificato di morte della signora. Una mancanza grave, della quale si è però illegalmente approfittato il figlio. Che avrebbe comunque dovuto avvisare del decesso e smettere di ritirare la pensione della mamma defunta. Ieri il tribunale ha condannato l'uomo per il reato di truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato. Dovrà risarcire 106 mila euro. Oltre a pagare le spese, e una provvisionale di diecimila euro all'Istituto, costituitosi in giudizio.

 

 

 

Secondo l'accusa il figlio modello, oggi sessantacinquenne, “dissimulando fraudolentemente il decesso, induceva in errore il personale dell’ufficio postale in ordine al suo persistente diritto a riscuotere il suddetto trattamento previdenziale. L'uomo si procurava l’ingiusto profitto dei relativi ratei indebitamente percepiti con danno per l’Inps quantificato in complessivi euro 104mila”. L’Inps ha contestato anche gli interessi maturati nel corso degli anni per oltre 11mila euro. Il giudice ha condannato l’imputato a un anno e sei mesi, dichiarando prescritti gli anni precedenti al 2015. Giustizia è fatta. Ma un episodio simile, oltre ad evidenziare la disonestà del condannato, pone l'accento su una burocrazia che non funziona. E che deve essere riformata. Immediatamente.