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Riaperture, si allarga il fronte nel governo: il 45% delle imprese a rischio chiusura

Pietro De Leo
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L’istantanea delle proteste da Nord a Sud del Paese, con la punta più dolorosa degli scontri a Roma in Piazza Montecitorio ha ricordato alla politica e all’opinione pubblica due dati. Il primo è che il solco tra garantiti e non rischia di mettere a repentaglio la coesione sociale, con effetti imprevedibili sull’ordine pubblico (al netto del fatto che gli agitatori per vocazione si insinuano nella protesta, quello visto è malcontento vero). Il secondo è che il governo Draghi era nato con un obiettivo ben preciso: attribuire alla crisi economica pari dignità rispetto a quella pandemica.

 

E ciò è stato sottolineato, in maniera tangibile, dall’incipit del discorso con cui il neo Presidente del Consiglio si era presentato alle Camere per ottenere la prima fiducia, in cui comparivano riferimenti chiari al dolore patito dalle imprese. Per quest’ordine di motivi, la “mozione moralistica” spesso rivendicata dai partiti di sinistra nel governo Conte 2, che aveva inventato l’antitesi tra “logica del profitto”, inseguita dalle imprese, e la tutela della salute, non regge più.

 

Anche le chiusure prolungate diventano un fattore sanitario. Intere famiglie crollano nella disperazione, aumentano sindromi depressive, l’impatto nell’assistere, in molti casi, alla moria della propria attività devasta le esistenze. E dunque si allarga, nel governo e nella maggioranza, il fronte aperturista. Su cui ha posto la prima pietra il leader della Lega Matteo Salvini, che già nel decreto Covid approvato prima di Pasqua avrebbe voluto di più e meglio. Poi c’è Forza Italia, che chiede una specie di monitoraggio di metà mese per capire dove si possa ricominciare. E proprio oggi il ministro degli Affari Regionali Mariastella Gelmini ha messo sul tavolo che “delle riaperture da maggio ci saranno, forse qualcosa da metà aprile”. Ma è un’area che va oltre il centrodestra. Italia Viva, con Matteo Renzi e Davide Faraone, parla di programmare la ripresa di una parte di quei comparti sotto serrata. Il leader di Azione Carlo Calenda riflette sulle condizioni (tra cui mettere in sicurezza gli over 70 e i soggetti deboli con almeno una dose di vaccino) per la “riapertura totale delle attività” il 15 maggio. Anche nel Pd, dove la linea sostanziale è sempre stata quella della segregazione, comincia ad alzarsi qualche voce. E’ il caso dell’ex Capogruppo al Senato Andrea Marcucci, che parla di “ridare ossigeno” dopo il 20 aprile a qualche categoria, “soprattutto quelle che possono operare all’aperto come bar e ristoranti”. Attorno al dibattito, poi, si snodano i numeri del rapporto competitività 2021 sui settori produttivi dell’Istat. Cifre impietose: il 45% delle imprese italiane sono “strutturalmente a rischio”. Il pericolo maggiore è per quelle imprese che richiedono poca tecnologia e conoscenza. Se si prende un settore particolarmente colpito, ossia quello della ristorazione, ben il 55% delle imprese è a rischio “serio” di chiusura. Il 95% di esse, invece, presenta “fragilità strutturali”. Questo è un dato scientifico, uno dei tanti, che sottolinea quanto la prolungata chiusura non sia la cura, ma l’innesco di una nuova malattia