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Vaccini, troppi intoppi: nuovo stop all'integrazione europea

Pietro De Leo
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La cronaca degli ultimi giorni segna la maturazione di una nuova “geografia vaccinale” in Europa. L’Ungheria ha dato l’assenso all’utilizzo del siero russo, Sputnik V e di quello cinese Sinopharm. Sul vaccino di Mosca sta ragionando anche la Croazia, che ha chiesto la relativa documentazione e sta valutando un ok certificato soltanto dall’agenzia nazionale del farmaco.

 

 

 

Mentre in Slovacchia è già arrivato il primo carico di 200 mila dosi, accolto all’aeroporto di Kosice dal Primo Ministro, in un gesto dal chiaro contenuto politico. Sempre sullo Sputnik sta trattando anche l’Austria e il dibattito coinvolge pure l’Italia, con i partiti del centrodestra favorevoli ad un suo ingresso per fronteggiare i ritardi nell’approvvigionamento. Oltre al dilemma sul siero russo, rileva l’accordo tra Austria, Danimarca ed Israele per la produzione di un vaccino di seconda generazione, in grado di stroncare la diffusione delle varianti.

 

 

 

E’ evidente come il Consiglio Europeo della settimana scorsa (dove il presidente del Consiglio italiano Draghi ha acceso il faro su un percorso comunitario troppo lento) non ha rafforzato la linea di un approccio univoco all’arrivo delle dosi e non ha disinnescato iniziative individuali. Che stanno contemplando lo scavalco di fatto dell’Ema, l’agenzia europea per certificazione dei farmaci. Un ente che si è dimostrato avvitato nei tempi e nelle procedure, in una prassi inadeguata rispetto all’urgenza del momento. Come ha sottolineato un portavoce della Commissione, l’iniziativa dei singoli Paesi sta avvenendo nel pieno rispetto delle regole. Notazione che, in questo contesto, è secondaria. Perché sugli intoppi alla campagna vaccinale si sta consumando l’ennesimo stop al processo di integrazione europea. Che nei confronti del Covid ha visto due fasi. La prima è stata quella della reazione all’infuriare dei contagi, lo scorso anno, quando la Commissione non è stata in grado di dare piena attuazione al dettato dell’articolo 168 del trattato di Lisbona, secondo il quale l’Unione Europea completa le politiche nazionali per la prevenzione e l’eliminazione delle fonti di pericolo per la salute, in un’azione che dovrebbe comprendere l’azione, l’allarme e la lotta contro i “grandi flagelli”, coordinando i Paesi che ne fanno parte. Tutto questo è avvenuto solo in minima parte. E si completa, il quadro desolante, con la lacuna sui vaccini. Così gli Stati membri contemplano la tabella di marcia inglese, più sostenuta anche a causa di un modello contrattuale più efficace impostato con le case farmaceutiche. E si delineano tante piccole “vax-exit”, che se sul piano giuridico non sono rilevanti, su quello politico sono enormi.