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Congo, i due italiani uccisi da gruppi armati in un Paese su cui la Cina ha messo le mani

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Pietro De Leo
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L’attentato in cui hanno trovato la morte l’Ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio e il Carabiniere Vittorio Iacovacci si colloca nello scenario di sanguinose tensioni che attraversano il Paese. Attorno all’attacco si snodano aspetti più propriamente logistici e di protezione (ora sarà doveroso verificare se e perché il diplomatico non viaggiasse in un mezzo blindato) e aspetti che riguardano il dramma del territorio. Il parco del Virunga, infatti, è fiaccato dalla violenza di gruppi armati, miliziani che, anche nel tentativo di aumentare d’intensità lo scontro tra popolazioni locali e la governance dell’ente nazionale sulla gestione del territorio, per alimentare il proprio controllo innescano, da anni, una pesante scia di sangue. Qui si collocano i rapimenti di turisti e l’uccisione dei guardiaparco (circa 200 negli ultimi vent’anni). Tra i gruppi più attivi si annoverano i “Mayi Mayi”, che trovano un collante nel senso di appartenenza alle tribù (nel gruppo se ne riconducono diverse) e dediti alle pratiche di magia africana. Nell’area sono inoltre operative le Forze armate Democratiche, una fazione islamista di origine ugandese ma che da svariati decenni trova base in Congo. Oppure ancora le Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda, di etnia hutu (proprio quest’ultimo gruppo è il maggiore indiziato per l’eccidio in cui hanno perso la vita i due italiani e a quanto pare l’obiettivo dell’assalto pare fosse il rapimento). Sigle dedite al bracconaggio e al depredamento delle risorse naturali del parco (soprattutto carbone). E, appunto, ai sequestri. Al di là della tragedia che si colloca in una precisa area, quasi tutta la Parte Nord Est viene solcata da scontri per l’approvvigionamento delle risorse minerarie (che fu al centro di una sanguinosissima guerra tra il ’98 e il 2003). Il sottosuolo è ricchissimo di petrolio, oro, cobalto e coltan. Quest’ultimo è materia prima per l’industria della telefonia mobile. Una ricchezza immensa, su cui la Cina ha da tempo orientato le sue mire espansionistiche. Circa il 50% della produzione di cobalto nella Repubblica Democratica del Congo, infatti, è di proprietà cinese. Lo “scambio” è sullo schema che il Regime applica in Africa: vengono ceduti i diritti di sfruttamento dei giacimenti in cambio della realizzazione di infrastrutture.