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D'Amato, assessore alla sanità del Lazio non risponde ai magistrati ma prova a imbavagliare Il Tempo | Video

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L'assessore alla Sanità della regione Lazio, Alessio D'Amato, è irritato perché Il Tempo pubblica le indagini su di lui. L'uomo di Zingaretti invece di rispondere ai magistrati vuol chiudere la bocca al quotidiano e se la prende con la proprietà. Pubblichiamo il video il servizio dal programma di Rete 4 Fuori dal Coro e l'editoriale de il direttore responsabile de Il Tempo, Franco Bechis.

 

 

di Franco Bechis

Come i lettori de Il Tempo sanno, nell'ultima settimana abbiamo pubblicato il contenuto di una indagine che la Guardia di Finanza ha svolto su mandato della Corte dei Conti che riguarda la gestione di fondi regionali da parte dell'attuale Assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato. Come già aveva ipotizzato la procura della Repubblica di Roma che lo aveva rimandato a giudizio con l'accusa di truffa, l'inchiesta dei magistrati contabili riguarda 275 mila euro di contributi regionali che D'Amato aveva ricevuto da semplice consigliere regionale e non da assessore. Secondo una norma regionale più che discutibile ogni gruppo politico poteva indicare come finanziare alcune onlus con fondi regionali. D'Amato ne indicò una in difesa dell'Amazzonia che lo vedeva per altro fra gli esponenti di spicco. Nobile gesto provare a difendere quella terra lontana dal disboscamento, anche se pare difficile comprendere la ragione per cui a finanziare la battaglia dovessero essere proprio i contribuenti che pagano le tasse nel Lazio. Ma la scelta era legittima.

D'Amato propose due finanziamenti a valere su altrettanti fondi regionali, uno da un milione di euro e l'altro alla fine per un totale di 275 mila euro. Il milione non fu mai erogato, i 275 mila euro sì. Nel frattempo però il futuro assessore alla Sanità aveva fondato anche una associazione politica, quella “Rossoverde”, atto politico anche questo più che legittimo (che lo mise in rottura però con il partito in cui militava, quello comunista che anche per questo motivo lo avrebbe poi espulso). L'inchiesta penale prima e quella della magistratura contabile poi nascono per avere scoperto che quei fondi invece di aiutare l'Amazzonia erano stati dirottati sulla associazione politica rossoverde, pagando numerose fatture della campagna elettorale di D'Amato. L'inchiesta penale si fermò nel bel mezzo del processo di primo grado perché era scattata quella magica prescrizione tanto ambita dai politici. Quella civile- contabile però non si è interrotta, ed è tutt'ora in corso alla Corte dei Conti. I magistrati contabili inoltre da sei anni chiedono ai vertici della Regione Lazio- e quindi a Nicola Zinagretti- di recuperare subito alle casse pubbliche quei 275 mila euro utilizzati in modo illecito. La risposta dell'attuale segretario del Pd è stata eloquente: non ha fatto nulla per recuperare quella somma, in compenso ha premiato non una ma due volte prima con un incarico dirigenziale di responsabilità e poi come assessore alla Sanità, dando un esempio lampante di senso della legalità.

Queste cose ve le abbiamo raccontate in dettaglio nei giorni scorsi, e chiedo scusa se mi sono dilungato nel riassunto. Le abbiamo scritte perché la vicenda è attuale ed è in corso, e il rapporto choc della guardia di Finanza era inedito, un piccolo scoop de Il Tempo. Le notizie sono la nostra ragione di vita, e il valore di quanto scritto è anche dimostrato dal fatto che sia stato ripreso da altri quotidiani che con noi non hanno alcun legame, da testate sul web e perfino da trasmissioni televisive nazionali. Ci saremmo attesi qualche reazione da parte di D'Amato, Zingaretti o della loro maggioranza che li sostiene in consiglio regionale. Una difesa, una contestazione di qualche particolare scritto. Oppure l'annuncio di un gesto che avrebbe chiuso sia pure tardivamente la vicenda: la restituzione alla Regione Lazio di quei 275 mila euro. Niente, silenzio assoluto.

Fino a ieri però. Quando alle agenzie è arrivato un comunicato stampa dello stesso D'Amato. Non su quello che avevamo scritto, ma di attacco violento al gruppo San Raffaele e ai suoi azionisti- la famiglia Angelucci che è azionista anche de Il Tempo. L'occasione è quella della discussione al Tar questa mattina del futuro di una struttura sanitaria, il San Raffaele di Rocca di Papa che come quasi tutte le Rsa italiane ha dovuto affrontare il dramma del Covid 19, scoprendo fra i contagi fra i ricoverati che erano persone particolarmente fragili. D'Amato vuole revocare per questo l'accreditamento di quella struttura, il San Raffaele sostiene che non ci sono i margini per farlo e replica punto per punto alle singole accuse dell'assessore. Raccontata così è una contesa come tante, e nei vari grado di giudizio da oggi in poi verranno stabilite le ragioni. Ci si dovrebbe difendere e accusare nel processo (in questo caso amministrativo) in un paese normale. Invece l'assessore l'ha fatto il giorno prima della udienza, diramando un comunicato stampa che ha il sapore sgradevole di un pressing sui giudici che debbono decidere. Affare suo. Ma D'Amato titola così il suo comunicato, usando una immagine suggestiva: “Domani discussione al Tar, 168 casi di positività e 43 decessi. Tanti morti quanto il ponte di Genova” e nel testo si aggiunge che lì ci sarebbe stato “un tasso di mortalità quasi del 27%”, e questi toni sono un po' meno normali. Anche perché l'assessore si dimentica di citare un particolare: nel San Raffaele di Rocca di Papa c'è un hospice per dare cure palliative ai malati terminali oncologici. Una struttura quindi in cui purtroppo per le sue stesse caratteristiche (ospita malati terminali) il tasso di mortalità era molto alto anche quando non esisteva il coronavirus. Avere omesso quel particolare fa leggere sotto tutt'altra luce quell'insolito comunicato. Ha tutta l'aria di un pressing sugli azionisti per fermare le nostre inchieste. Voi vi occupate di me? E io rovino le imprese più importanti dei proprietari de Il Tempo. Può essere che D'Amato così raggiunga il suo scopo prima o poi, dovesse perfino imporre la sostituzione del direttore de Il Tempo. Ma si sbaglia, e di grosso. Qui o altrove continuerò a fare il mestiere che ho imparato a fare piano piano in più di 30 anni: il giornalista. Più troverò prepotenti che minacciano la libertà di informazione, più farò il mio mestiere scavando e cercando di scoprire quel che è nascosto. Continuerò a farlo qui finché me lo concederanno gli editori come è accaduto negli 11 anni trascorsi professionalmente con loro. Ma proseguirò anche dopo, ovunque sia. Perché questa libertà non la può soffocare nessun potente. Figurarsi un assessore di una giunta regionale...

                                                                                                                                                                                                                                                                Franco Bechis