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Morte Daverio, il ricordo di Sgarbi: "Noi come fratelli, dagli altri critici dell'arte tanta invidia"

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"La critica d’arte aveva linguaggi indecifrabili e lontani ma Daverio ha avuto questo ruolo di grande narratore, portando l’arte al popolo ed è stato sicuramente il suo tratto più riconoscibile. Siamo stati come fratelli in un mondo di lupi, entrambi abbiamo fatto attività politica ma senza che questa diventasse politica dell’arte. Lui non faceva il politico ma era molto più politico di noi". Vittorio Sgarbi ricorda così Philippe Daverio, lo storico dell’arte scomparso a Milano all’età di 70 anni. La notizia della scomparsa di Daverio è "molto dolorosa - rimarca il critico d’arte - è morto il solo storico dell’arte libero degli ultimi anni, dico il solo se fossi morto anche io. In un mondo che è stato condizionato dall’ideologia dalla militanza, da una storia dell’arte guerresca, Daverio ha fatto politica come me, è stato il primo ad avere avuto il coraggio di fare l’assessore con Formentini ma in lui c’era una libertà di giudizio che gli consentiva di parlare con il popolo, di rappresentare un racconto dell’arte per tutti, usando, come me, giornali, libri e televisione". Più che fratelli, Sgarbi e Daverio si conoscevano da oltre 40 anni. "Io l’ho conosciuto come mercante d’arte insolito, originale e capace di togliere dalla dimensione commerciale le opere d’arte - ricorda Sgarbi - era diventato un riferimento unico". A legare i due c’era stata poi l’esperienza comune a Salemi, in Sicilia. Era il 2008 e Sgarbi chiamò Daverio nella sua giunta del comune di Salemi come bibliotecario. "La mia esperienza in Sicilia è finita tragicamente con lo scioglimento di un Comune che non aveva nulla da sciogliere - osserva - e lui con una lite furibonda con i siciliani per la festa di Santa Rosalia. Dopo essere stato così vicino alla Sicilia, dove aveva insegnato a lungo, ne era diventato nemico". "Ci siamo visti per tutta una vita, eravamo dei fratelli, tutto il mondo della critica d’arte ci guardava con invidia e antagonismo - osserva ancora Sgarbi -. Invidia per la popolarità televisiva che gli altri non avevano e poi anche per il temperamento. Io sono molto rissoso ma in fondo mi diverto".