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Si fa l'Italia o si muore

Guido Barlozzetti
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Vecchia storia quella che l'Italia dia il meglio di sé quando si trova in difficoltà. Cialtroni, malandati, inattendibili quanto si vuole, quando si è in fondo al pozzo e c'è da riscattarsi nessuno sa gonfiare il petto e tirarsi su come noi. Vecchia storia, un poco consolatoria, che la Nazionale sui campi degli Europei sta confermando con tutta la retorica del caso. Anzitutto, "Nessuno se l'aspettava", i nostri prodi erano partiti nella diffidenza più o meno generale, una squadretta senza assi, una medietà/ mediocrità imparagonabile con quella delle corazzate del continente. E il "Nessuno se l'aspettava" è diventato la molla psicologica che ha cementato il Gruppo. Una Squadra contro tutti, contro i nemici interni prima di quelli esterni, contro chi non ci ha considerato tra i candidati alla vittoria e ci ha anche denigrato. Dunque, ve lo faremo vedere noi, dovrete ricredervi e rimangiarvi tutte le cattiverie pregiudiziali che ci avete rovesciato addosso. Il Gruppo si è formato in questo modo e si è via via consolidato per differenza, in una contrapposizione scontrosa e sdegnata che ha avuto l'effetto di rinsaldare i rapporti e di fare dei singoli i componenti di una Squadra affiata, votata a sacrificarsi sul campo in nome del valore assoluto di se stessa, di una determinazione, cioè, per la quale si vince e si perde tutti insieme. Spirito di Gruppo, coesione e condivisione, il singolo lascia il posto a una comunità chiusa che fa del mondo l'avversario e si alimenta del "soli contro tutti e tutto" : lo sport, il calcio soprattutto, ci ha offerto nel passato più di un esempio di questo presunto tratto del carattere italiano. Scompaiono i singoli, ma non il nocchiero, il comandante dell'equipaggio che guida impavido la nave. Il simbolo - mai come in questo caso - è Antonio Conte, non solo un allenatore, ma il profeta che nell'incredulità generale guida la traversata nel deserto verso la Terra Promessa. Conte, prima dei risultati sul campo, è l'artefice di una strategia di comunicazione interna ed esterna, che si fonda su un esasperato sistema motivazionale, fatto di rispetto, coraggio, collaborazione tutti per uno, uno per tutti, dedizione assoluta al Capo che sa quello che si deve fare e che non si mette mai in discussione anche quando non ci fa giocare o ci toglie dal campo. Conte con il suo sguardo iperconcentrato e a volte truce, i lineamenti tirati, gli scatti e le urla, è l'immagine di una partecipazione assoluta che si trasmette da lui al campo e ai giocatori. Conte è il Capo, la vita non deve essere stata facile con lui e deve averne tratto l'idea di un'incomprensione se non di un'ostilità contro cui deve combattere, costi quel che costi. Della serie muoia Sansone con tutti i Filistei, il generale Cambronne che a Waterloo risponde m.. agli Inglesi che gli dicono di arrendersi, e soprattutto Garibaldi che nel colmo della battaglia di Calatafimi scuote il tentennante Bixio con "Qui si fa l'Italia o si muore", e ancora il "vincere e vinceremo" purtroppo catastrofico del 10 giugno del 1940. Ha accumulato Conte una rabbia, un'incazzatura, un desiderio di mostrarsi tosto e con le palle, e di far vedere agli altri di cosa può essere capace. E la sua bravura, istintiva forse più che premeditata, è stata di aver contagiato la ciurma che lo circonda e di averne fatto un'Armada, per ora, Invencible. Anzi niente Invencible Armada, perché porta male, meglio i Magnifici Sette, Quella Sporca Dozzina, i sette Samurai.. Ci aspettano i tedeschi, che hanno già avuto occasione di sentire il morso dei nostri giovanotti sui loro polpacci muscolosi e corazzati. Siamo sicuri che, anche se andasse male, mancò la Fortuna non il Valore. Viva l'Italia.