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Non mi fermo e tiro via

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Guido Barlozzetti
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Nessuno si è fermato per soccorrere Sara che chiedeva aiuto nella notte della Magliana. Due testimoni hanno detto di aver visto una ragazza che discuteva animatamente con un ragazzo, ma di non aver pensato che fosse il caso di fermarsi. Dopo, a cose fatte, quando hanno saputo del delitto orrendo e del luogo dove era avvenuto, si sono ricordati della scena. Sara è stata uccisa da un vigilante che non accettava di esserne respinto, la purtroppo solita, terribile storia del maschile che considera la donna come un oggetto di proprietà, che non gli può essere rifiutato e che, nel momento in cui gli viene negato, lo cancella, lo distrugge per negare la propria impotenza e il rifiuto a cui è stata sottoposta. Ma in questa vicenda orribile c'è qualcosa di più. L'indifferenza di chi passa, vede e se ne va. Non penso, non vedo, non sento, vado per la mia strada, protetto dall'involucro della macchina e dalla velocità che mette subito in distanza, non sono fatti miei, ci sarà qualcun altro che semmai interverrà. Accade nella nostra difficile società e non solo sulla Magliana, quante volte abbiamo sentito parlare di aggressioni a donne sui bus, con i passeggeri che si voltano dall'altra parte, o di esecuzioni in luoghi pubblici, un bar, una strada affollata, in cui nessuno c'era e, se c'era, era distratto e non ha fatto in tempo a notare nulla. Ora, è bene essere chiari, nessuno è in condizione di pretendere dagli altri la patente dell'eroe ed è assai facile stare seduti al tavolo, scrivere al computer e impancarsi a giudici degli altrui comportamenti. Il moralismo a buon mercato non serve e ognuno deve guardare, prima di tutto, nella propria coscienza. E allora io ci guardo e mi chiedo cosa avrei fatto? Mi sarei fermato? Oppure non avrei alzato il piede dall'acceleratore e avrei continuato per la mia strada e chi se ne importa se ne aveva incrociata un'altra di strada, la strada di una ragazza che se fossi sceso forse sarebbe ancora viva? Che devo dire, non lo so. In tutta coscienza e con tutte le migliori disposizioni nei confronti degli altri, non lo so cosa può decidere la testa in quel momento. Non è un alibi o un pilatesco lavaggio di mani, non posso giurare che mi sarei fermato, forse sì, a volte mi è capitato di accostare vedendo un automobilista in difficoltà, ma non è detto. Dico questo perché tutto in quella situazione congiura per esaltare il nostro egoismo. La macchina non è solo un mezzo di trasporto, è una cella che ci protegge dal resto del mondo, tiro su i finestrini e li oscuro pure, come capita sempre più spesso di vedere, mi rifugio là dentro, domino, governo il mondo con le mani sul volante e considero tutto quello che accade fuori come un'interferenza fastidiosa o addirittura un rischio, un pericolo, una minaccia. Vado a cento all'ora chiuso nel cubicolo e il dentro genera un esterno che resta fermo, remoto, a una distanza siderale. Nessun contatto diretto, nessun faccia a faccia, nessuna consistenza di corpi e relazioni.. lo stesso che accade sui social network, la vita ridotta a una comoda virtualità in cui non c'è mai il rischio del reale. Non so se mi sarei fermato. Prendo atto con ambigua amarezza di una vita che si è incelofanata in una dimensione parallela, illusa di rimuovere il dolore, la crudeltà, la violenza, spesso proteggendosi con l'anonimato. Ecco, insieme alla latitanza, l'altra faccia dell'indifferenza, lo sproloquio volgare e rozzo che dilaga sulla rete. Non solo non mi fermo, ma inveisco e insulto, tanto non mi vede nessuno.