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Stiamo nel mezzo

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Guido Barlozzetti
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C'è una strategia e quale dietro agli attentati di Bruxelles? Cosa vogliono gli autori dei due massacri, all'aeroporto e nella metropolitana? Tanto più forte è botto delle esplosioni, tanto più colpisce l'anonimato di esecutori e mandanti, mentre il nostro riflesso immediato evoca un'ombra che prima si chiamava Al Qaeda e adesso Is, in un caso come nell'altro figli o figliastri dell'Islam. Cosa vogliono, allora? La prima risposta è immediata e evidente: vogliono fare strage, in posti che appartengono alla normalità quotidiana e urbana delle nostre società, vanno dove c'è tanta gente e si fanno esplodere o fanno esplodere i loro ordigni per uccidere quanto più si può, chiunque, bambini, giovani, anziani, donne, uomini, chi va al lavoro, chi parte per una vacanza, chiunque. Vogliono fare strage e far penetrare nei nostri neuroni ansimanti l'idea che possono colpire ovunque, a qualunque ora, nei luoghi più diversi, tutti connessi con la nostra vita di ogni giorno. E dunque mettono nel conto la nostra reazione: la paura, anzi, il terrore, che vuol dire, far scattare il nostro istinto a proteggerci, a rinchiuderci dentro casa, a barricarci e a paralizzare quello che, fino a qualche tempo fa, ci sembrava il naturale corso delle cose di ogni giorno. Hanno aperto un fronte immenso, che attraversa qualunque posto in una carta geografica che non ha fine e attraversa tutti i continenti. Possiamo colpirvi dove e quando vogliamo, dovete mettervelo in testa, potete alzare tutti i livelli di guardia che volete, è inutile, non ci fermerete e potete soltanto chiedervi dove sarà il prossimo appuntamento. Perché ci sarà. Potrebbero esserci tante casualità, ma l'entità della strage carica tutto di un significato simbolico, che per un verso cerchiamo di sottolineare, per darci almeno una giustificazione, per l'altro attribuiamo alle menti del terrore. Hanno colpito a Parigi, due volte, in Turchia, in Nigeria, adesso a Bruxelles. E Bruxelles è la capitale del Belgio in cui si è incistato il tumore maligno di Molenbeek, da dove è partito per Parigi Abdeslam, catturato qualche giorno fa e certamente protetto e custodito da una rete di complicità e di condivisione. Ed è anche la capitale dell'Europa, la sede del Consiglio e della Commissione, a pochi passi dai quali si trova Maelbeek la stazione del metro insanguinata dalla bombe. Dunque, attaccano un centro che vuol dire Europa e una città in cui l'estremismo fondamentalista ha attecchito da anni, in quello che possiamo immaginare un circuito o una spirale che si avvolge su se stesso. Perché? Perché il tumore delle periferie - dell'odio dovuto all'emarginazione, alla devianza che con questa si intreccia, a un'appartenenza che per tante ragioni non si è contrattata con la nostra cultura e la nostra società - ha generato la violenza del terrorismo? O perché su quella disposizione ha fatto da reagente irresistibile il vessillo del califfato nero e la sua chiamata a raccolta nel nome dell'interpretazione più settaria, violenta e intransigente di Allah? Non c'è nulla di nuovo, purtroppo. Alla fine lo sappiamo, così come ancora una volta prendiamo atto della nostra impotenza su cui si riversa un rumore mediatico nel quale la rabbia oltranzista si mescola all'invito a distinguere e a restare fedeli ai valori che ci fanno diversi, e ancora alle rassicurazioni del potere che intanto fa un altro passo sulla strada del controllo e della limitazione delle libertà. Anche questo è un effetto, paradossale, che può non essere affatto sgradito alle stanze del potere, alle più eccitate da statalismi forti e da diritti possibilmente deboli. Anche da lì parte un'altra persuasione, speculare e tragicamente simmetrica. Anche questo dobbiamo sapere. Che il fronte del terrore è più intricato e subdolo, più crudele e cinico di quello che possiamo pensare, che non basta solo evocare lo spettro dell'Is e che stiamo nel mezzo.