Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

L'America di Trump

Guido Barlozzetti
  • a
  • a
  • a

"The very definition of american success story”. Se andate sul sito della Donald Trump Organization,trovate subito una biografia che mette in fila l'irripetibile boom di un magnate dell'immobiliare, alberghi in tutto il mondo la Trump Tower che svetta per 90 piani accanto al Palazzo delle Nazioni Unite, un patrimonio calcolato in 9 miliardi di dollari... che ha deciso di diventare Presidenti degli Stati Uniti. Donald sta andando all'attacco. Da solo e con le sue casse. I'm running. Oggi, con i risultati del Super Tuesday delle primarie, sapremo se il palloncino si sgonfierà o se invece, come probabile, si gonfierà ancora di più oscurando tutti gli altri e mettendo in crisi l'apparato repubblicano che si trova in casa un candidato fuori dall'establishment e indisponibile alle mezze misure. Donald, con la sua chioma da volpe rossa, è partito lancia in resta, accompagnato dalla curiosità di chi lo considerava una meteora, nulla di più, un altro dei folklorici personaggi, da George Wallace a Ross Perot, la storia del terzo incomodo destinata a sfiorire e a lasciare il campo ai tradizionali protagonisti. Sono passati i mesi e adesso nessuno ha più voglia di scherzare. Donald fa sul serio e non si risparmia, quello che gli passa per la testa dice, sicuro che i suoi pensieri caldi caldi coincidono con quello che tanta gente vuole sentirsi dire e chi se ne frega del politicamente corretto, delle misure e delle convenienze. Trump batte col martello sull'incudine dell'insofferenza per la politica dei politicanti e spara parole d'ordine che non ammettono equivoci: sì alla vendita delle armi, no all'immigrazione, alle tasse, ai matrimoni gay, alle femministe, all'assistenza sanitaria pubblica, ok al protezionismo contro la Cina, make America great again, fuck a tutti...E promette un'America superpotente che la smette di prendere schiaffi e si riappropria del suo posto nel mondo. Non dice solo cose che bucano l'ascolto della pancia americana, ma è il modo con cui le dice. Strafottente, sgarbato, irriverente, machista, sguaiato, uno che è abituato a dare ordini e non discute, che butta fuori i giornalisti dalle conferenze stampa, cita Mussolini e non ci pensa un minuto ad attaccare il Papa. Trump è lo spettacolo di se stesso, un elefante tra i cristalli della politica tradizionale, un one-man-show che sullo sfondo ha le luci dei casinò di Las Vegas e del suo super albergo che esibisce la mega-insegna del suo nome. Frizzi, lazzi e cotillon. Ci si può chiedere da dove sia saltato fuori e far finta che sia una creatura aliena, ma servirebbe a poco. Meglio cercare di capire questo mix di fiuto, furbizia, tracotanza, sregolatezza, individualismo esasperato, quanto sia nelle corde profonde dell'America, quella meno disposta verso Washington e più sceriffo western, e quanto racconti di un divenire della politica che esce dal seminato e punta a un leaderismo senza mediazioni, dove il Capo è tutto e chi non si accoda è fuori. In Europa lo sappiamo che le nostre democrazie sono in crisi. Abbiamo visto la lunga stagione di Silvio Berlusconi che si era presentato come antesignano dell'imprenditore che gliela fa vedere ai professionisti della politica e firmatario del Contratto con gli Italiani. Poi, è arrivato Beppe Grillo che passa dal palcoscenico al comizio e anche Renzi è partito come rottamatore. E assistiamo a fenomeni come Marine Le Pen, Nigel Farage, Alexis Tsipras con il contestatore Varoufakis.. Le differenze fra le due sponde dell'Atlantico ci sono, altre storie, ma non solo quello che succede là ci riguarda, ma Trump è una domanda sul potere, sulla rappresentanza e sul destino delle nostre democrazie, che ci interpella.